La protesta del Santo Sepolcro

Con una mossa senza precedenti, la chiesa è stata chiusa da domenica fino a nuovo ordine per contestare la decisione della Knesset di discutere una legge che penalizza fino all'esproprio proprietà delle chiese greco-ortodossa e romana.
scritto da UMBERTO DE GIOVANNANGELI

Non è la “guerra santa” nella Città contesa, ma di certo è un segnale che parla al mondo e non solo a quello cristiano. E racconta l’unicità di Gerusalemme e cosa può determinare quella bramosia di possesso assoluto per la quale ogni pietra della Città Vecchia è depositaria di storie di sangue, di sogni di grandezza, di saladini e crociati…

Santo Sepolcro: chiuso per protesta, a tempo indeterminato. Una decisione clamorosa, che ha trovato concordi tutti gli ordini cristiano-cattolici (spesso in lite, anche fisica) che “governano” uno dei luoghi sacri della cristianità. Con una mossa senza precedenti, la Chiesa del Santo Sepolcro è stata chiusa da domenica fino a nuovo ordine in segno di protesta contro la legislazione del governo israeliano e la nuova politica fiscale cittadina. La decisione è stata annunciata domenica dalle chiese che condividevano la gestione della proprietà, i greco-ortodossi, i cattolici e gli apostolici. Domenica, giorno di festa per i cattolici. Giorno in cui il turismo religioso affolla la Città Vecchia, indirizzandosi per la Via Dolorosa per poi raggiungere il luogo dove fu deposto il corpo del Cristo redentore. Milioni e milioni sono le foto scattate con fedeli inginocchiati sulla pietra proprio all’entrata della chiesa.

La scelta del giorno di protesta non è casuale: i capi delle chiese cristiane di Gerusalemme hanno annunciato la mossa mentre il comitato ministeriale per la legislazione della Knesset ha deciso di discutere una legge che consenta allo stato di espropriare la terra a Gerusalemme venduta dalle chiese greco-ortodossa e romana dal 2010. Le Chiese protestano anche contro la nuova politica del comune di Gerusalemme sui pagamenti delle tasse comunali per le proprietà ecclesiastiche.

La chiusura del Santo Sepolcro è stata annunciata domenica dalle Chiese che condividevano la gestione della proprietà, greco-ortodossi, cattolici e apostolici.

I capi delle Chiese – il patriarca greco ortodosso Theophilos III, il custode di Terra Santa Francesco Patton e il patriarca armeno Nourhan Manougian – hanno firmato e reso pubblica una lettera che attacca la legislazione e la recente decisione dell’amministrazione di Gerusalemme, etichettandole come una “campagna sistematica contro le Chiese e la comunità cristiana nel Terra Santa.” Si legge nella dichiarazione:

La campagna sistematica (…) raggiunge ora il suo culmine quando viene promossa una legge discriminatoria e razzista che mira esclusivamente alle proprietà della comunità cristiana in Terra Santa. (…) Questo ci ricorda tutte le leggi di natura simile che sono state promulgate contro gli ebrei durante i periodi bui in Europa.

Politica e religione s’intrecciano indissolubilmente nella Città Santa alle tre grandi religioni monoteistiche, con ricadute immediate nel conflitto senza fine israelo-palestinese.

Hanan Ashrawi, ex ministra palestinese, oggi dirigente di primo piano dell’Olp oltre, a essere una delle figure più rappresentative e conosciute a livello internazionale della dirigenza palestinese è anche di fede cristiana. Ashrawi, raggiunta telefonicamente a Ramallah, afferma che

la chiusura della Chiesa del Santo Sepolcro parla a tutto il mondo, e non solo a quello di fede cristiana. Racconta di ciò che ha significato l’irresponsabile scelta di Trump di spostare l’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme, riconoscendo quest’ultima come capitale unica non solo di uno stato ma di un popolo, quello ebraico. Così facendo ha dato il via libera alla destra fondamentalista che oggi governa Israele per “ebraicizzare” l’intera città, in spregio della legalità internazionale, di due risoluzioni Onu, limitando ulteriormente la libertà di culto.

Il disegno di legge in discussione al parlamento israeliano autorizzerebbe il ministero delle finanze, con l’approvazione del Comitato per la costituzione e la giustizia della Knesset, a espropriare i terreni venduti dall’inizio del decennio in cambio di compensazioni per le società che hanno acquistato il terreno. Il disegno di legge – sottolineano fonti israeliane – è piuttosto insolito in termini di giurisprudenza israeliana, sia perché si applica retroattivamente alle vendite di terreni che sono state finalizzate, sia perché limita i diritti di proprietà delle chiese e delle aziende private che hanno acquistato il terreno.

Hanan Ashrawi. Foto di Carsten Sohn

I responsabili delle Chiese cristiane hanno chiarito innumerevoli volte di considerare questa legge, qualora venisse approvata, cosa altamente probabile visti i rapporti di forza alla Knesset, una grave violazione dei loro diritti di proprietà e dello status quo.

I firmatari dell’appello-denuncia hanno anche annunciato che combatteranno la legge sia legalmente che diplomaticamente. Al tempo stesso, gli stessi capi delle Chiese cristiane-cattoliche hanno accusato il sindaco di Gerusalemme Nir Barkat di aver violato i trattati internazionali dopo che il Comune ha annunciato che avrebbe avviato la riscossione di 650 milioni di shekel (186 milioni di dollari) in tasse arretrate dovute da chiese e organismi internazionali con proprietà in città.

In Terra Santa politica e religione, sentimenti e ragione sono legati indissolubilmente. E, fuori da ogni visione di parte, non vi è dubbio che lo “strappo” su Gerusalemme è stato possibile grazie a Donald Trump. Possibile non per ragioni geopolitiche ma perché l’humus culturale e ideologico che permea l’inquilino della Casa Bianca e i suoi più stretti e ascoltati consiglieri è identico a quello che anima la destra nazionalista israeliana. “America first” per Donald, “Eretz Israel first” per l’amico Bibi.

“È finita l’era dello Stato palestinese”, commentava Naftali Bennett, ministro dell’educazione e leader del partito di destra religiosa “Focolare ebraico”, espressione più oltranzista del movimento dei coloni, subito dopo l’elezione di Trump a nuovo presidente degli Stati Uniti d’America. E ha aggiunto:

La sua vittoria è una formidabile occasione per Israele per annunciare l’immediata revoca del concetto di uno Stato palestinese nel cuore della nostra terra, che va direttamente contro la nostra sicurezza, contro la giustezza della nostra causa. (…) Questa è la concezione del presidente eletto così come compare nel suo programma politico e di sicuro deve essere la sua politica.

L’humus culturale e ideologico di Trump e dei suoi più stretti consiglieri è lo stesso che anima la destra nazionalista israeliana.

Facciamo un passo indietro nel tempo, al 25 settembre 2016: il candidato repubblicano alla presidenza incontra il premier israeliano. Ecco la promessa: “Gerusalemme è stata la capitale eterna del popolo ebraico per oltre tremila anni”, quindi un’amministrazione Trump “riconoscerebbe Gerusalemme come capitale indivisibile dello Stato d’Israele”. Così recita il comunicato emesso al termine del “cordialissimo” colloquio con Netanyahu dallo staff di Trump, che assicura così gli Usa sotto la sua amministrazione accetteranno alla fine il mandato del Congresso a riconoscere Gerusalemme capitale indivisa di Israele (secondo una legge approvata nel 1995 ma mai attuata da alcun presidente, ndr).

Al neo presidente sembra importare poco o niente che lo status di Gerusalemme sia da sempre uno dei nodi cruciali, mai sciolti, del conflitto israelo-palestinese. E dalla sua memoria viene rimosso il fatto che per un miliardo e seicento milioni di musulmani Al Quds (Gerusalemme) è, con la Spianata delle Moschee, il terzo luogo sacro dell’Islam, dopo Mecca e Medina. Così come un altro nodo strategico è quello della colonizzazione ebraica dei Territori palestinesi: su questa materia esistono tomi di documenti, di risoluzioni delle Nazioni Unite, di prese di posizioni critiche di tutti, o quasi, i leader europei (oltre che di tutti quelli arabi), nonché del presidente uscente Barack Obama.

Trump va avanti per la sua strada, tant’è che uno dei suoi più stretti consiglieri, Jason Greenblatt, dichiara alla radio militare israeliana che il presidente eletto “non vede negli insediamenti un ostacolo alla pace”. “Non appartiene certamente alla visione di Trump” ha spiegato “la condanna dell’attività di insediamenti” da parte israeliana. Greenblatt – secondo alcuni in predicato di ricevere la nomina da Trump di inviato per il Medio Oriente – aveva poi confermato che l’ambasciata Usa sarebbe stata portata a Gerusalemme, come annunciato dal presidente in campagna elettorale.

L’“isolazionismo” professato da Trump non vale dunque per Israele. A esultare è anche il sindaco ultranazionalista di Gerusalemme, Nir Barkat:

In campagna elettorale il presidente eletto aveva ribadito più volte l’intenzione, in caso di vittoria elettorale, di trasferire l’ambasciata degli Stati Uniti a Gerusalemme. Realizzare questa promessa sarebbe un fatto storico non solo per Israele ma per tutti gli Ebrei.

E questa promessa non solo è stata mantenuta ma addirittura anticipata rispetto alle stesse previsioni iniziali. In una terra, santa, che si nutre di simboli, l’aver scelto il 14 maggio 2018, settantesimo anniversario della fondazione dello Stato d’Israele, per inaugurare l’ambasciata Usa a Gerusalemme, ha un valore che va oltre la sfera del politico e abbraccia la storia, le fedi, l’identità di due popoli e i sentimenti di più di tre miliardi di persone, quelle che si riconoscono nelle grandi religioni monoteistiche che hanno nel cuore Gerusalemme.

Naftali Bennett ringrazia Trump per l’amicizia, il coraggio e la determinazione nel riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele.

Nell’annunciare la decisione del trasferimento della sede diplomatica statunitense da Tel Aviv a Gerusalemme, il segretario di stato americano Rex Tillerson aveva garantito che “non vi sarebbe stata alcuna alterazione dello status quo sui luoghi sacri”. Così non è. E la chiusura del Santo Sepolcro ne è una dolorosa testimonianza. Perché quando si cala una pietra tombale sull’idea di una Gerusalemme condivisa, capitale di due Stati, con i luoghi sacri “internazionalizzati”, allora la deriva fondamentalista diviene inarrestabile.

Scrive Avishai Margalit, professore all’Università ebraica di Gerusalemme, nel suo bel libro Volti d’Israele:

Ciò che rende il problema di Gerusalemme tanto complesso è il fatto che l’attuale competizione nazionalistica per la città si svolge sullo sfondo di un’antica e sanguinosa competizione religiosa tra ebraismo, cristianesimo e islam. Per comprendere la profondità del conflitto nazionalistico bisogna afferrare il carattere di quello religioso.

E annotava Amos Elon, un altro grande scrittore israeliano, recentemente scomparso, in Gerusalemme. I conflitti della memoria:

“Qui il territorialismo religioso è un’antica forma di culto. A Gerusalemme nazionalismo e religione furono sempre intrecciati tra loro; qui l’idea di una terra promessa e di un popolo eletto fu brevettata per la prima volta, a nome degli ebrei, quasi tremila anni fa. Da allora il concetto del nazionalismo come religione ha trovato emuli altrove… Oggi, a Gerusalemme, religione e politica territoriale sono una cosa sola. Per i palestinesi come per gli israeliani, religione e nazionalismo si sovrappongono e combaciano. Da entrambe le parti si fondono; e ciò che nasce è, potenzialmente, esplosivo.

Il Santo Sepolcro e la sua chiusura sono parte di questa storia.

La protesta del Santo Sepolcro ultima modifica: 2018-02-26T18:50:42+00:00 da UMBERTO DE GIOVANNANGELI

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