L’Eni e il pasticcio cipriota

La vicenda della nave Saipem bloccata dai turchi e le imbarazzate e vuote dichiarazioni della società e della diplomazia italiana. Il punto di vista di Nicosia
scritto da DIMITRI DELIOLANES

Con delusione ma anche stupore ha accolto Nicosia la reazione italiana di fronte alla provocazione turca contro al nave Saipem 12000 dell’Eni. A Cipro ritengono che il governo di Roma sia stato colto di sorpresa di fronte a una crisi ampiamente prevista e prevedibile, più volte discussa e analizzata dal governo dell’isola nei suoi incontri con i governanti a Roma ma anche con la dirigenza dell’Eni.

Sono molti anni che Claudio Descalzi va e viene nella zona, ha ottimi rapporti con il ministro cipriota per l’Energia Giorgos Lakkotrypis, ha spesso visitato non solo Nicosia ma anche il Cairo e Tel Aviv, conosce perfettamente le Zone economiche esclusive (Zee) di ogni paese coinvolto ma anche le rivendicazioni unilaterali di Ankara.

Il Ceo di Eni, come anche la Farnesina e tutta la comunità internazionale, sanno perfettamente che le pretese turche sulle acque cipriote sono giuridicamente inesistenti, pretestuose ma anche contraddittorie: Ankara non aderisce alla convenzione dell’Onu sul diritto del mare (Unclos che sancisce le Zee) e sostiene la stravagante teoria secondo cui “le isole non hanno diritto alle Zee”. Malgrado ciò, nel 2011 ha firmato un “accordo” con lo stato fantoccio turco-cipriota da lei controllato rigurado alla spartizione delle rispettive Zee.

La dirigenza dell’Eni ritiene che i premessi per l’esplorazione ottenuti dal legittimo governo di Cipro sia un’ottima mossa per inserire l’Eni nel grande gioco energetico del Mediterraneo orientale. Anche la ferma – a quanto si sa – reazione di Gentiloni e di Mattarella di fronte alle proteste di Erdoğan contro l’Eni durante la sua problematica visita a Roma, afli inizi di febbraio, avevano rafforzato questa impressione. Su questa base, dopo i primi tentativi di blocco navale da parte della Turchia, l’ente energetico di stato aveva chiesto la presenza della marina militare in loco.

Mentre quindi l’Eni aveva le idee chiarissime e riteneva scontato il sostegno della diplomazia italiana alle sue iniziative, alle prime difficoltà il governo italiano ha subito dato segni di sbandamento. Con enorme stupore a Nicosia hanno visto il governo italiano fare finta di prendere per buoni i richiami di Ankara ai presunti “diritti” dei turco-ciprioti (che dal 1974 si sono separati dalla Repubblica di Cipro creando il loro “stato” non riconosciuto) e cercare di gestire la delicata faccenda con piccoli giochi di prestigio. Nessuna presa di posizione ufficale, nessun commento, nessun comunicato ufficiale, ma valutazioni anonime fatte filtrare alla stampa.

Il succo di questi commenti ufficiosi era quello di salvare capra e cavoli: bisognava arrivare ad una “soluzione condivisa”, formula diplomatica buona per ogni uso ma nella fattispecie prova di contenuto. L’Ansa ha riportato anche il commento di un anonimo diplomatico italiano, il quale spiegava che l’attacco delle navi turche non era contro l’Italia ma riguardava “i rapporti tra le due parti dell’isola”.

Su questa base ambigua è nata la visita a Roma, con tanto di passaporto turco, del presunto “ministro degli esteri” dello “stato turco-cipriota” Kudret Özersay. Il “ministro” ha avuto un colloquio qualcuno dell’Eni e forse con qualche esponente del governo italiano. Gli incontri avrebbero dovuto rinanere riservati ma una volta tornato a casa, l’esponente turco è subito corso in tv per dire che a Roma si era incontrato con il vice dell’Eni Lapo Pistelli “e altri”. Nicosia ha chiesto a Roma se era vero e ha incassato un’imbarazzata smentita.

Ad alimentare la confusione, la ministra della difesa Roberta Pinotti ha voluto intervenire sulla questione scomodando un’altra bella formula diplomatica, riguardante un ruolo “di mediazione” che avrebbe dovuto svolgere l’Italia, probabilmente tra la Saipem 12000 e le navi turche. Ma se c’era da “mediare”, sicuramente non ha svolto questo compito la fregata Zeffiro, inviata sì in zona ma rimasta a grande distanza dalla nave Saipem bloccata dai turchi.

Smentite imbarazzate e dichiarazioni vuote. Nelle speranze di Roma, l’incontro con l’inviato turco-cipriota avrebbe dovuto ammorbidire Ankara e farla recedere dalle sue esibizioni muscolari. Si è dimostrata una grande ingenuità. Al nuovo tentativo della nave italiana di raggiungere il luogo da trivellare, una delle cinque navi da guerra turche ha accelerato puntandole contro, in un chiaro tentativo di speronarla. È un metodo di aggressione già usato la settimana precedente: un pattugliatore turco ha speronato una nave della guardia costiera greca nell’Egeo.

A Cipro lo scontro è stato evitato perchè il comandante italiano ha prontamente spento i motori. Chiamato dal giornalista de la Repubblica a commentare l’episodio, un anonimo portavoce del ministero della difesa ha “smentito” il tentativo di speronamento. Mentre la notizia della “smentita” arrivava a Nicosia, nelle tv di Grecia, Cipro e Turchia si sentiva la registrazione del colloquio tra i due comandanti: Saipem: “Mi sta venendo addosso”, nave turca: “Non ho il controllo della nave”, Saipem: “Lei ha il controllo e sta manovrando”.

A Nicosia molti si chiedono se non sia stato uno sbaglio concedere al colosso italiano i blocchi di mare più esposti alle mire turche. Si ricordano i casi della francese Total che fu egualmente minacciata dai turchi; all’epoca fu sufficiente l’apparizione di alcune navi da guerra francesi per togliere il disturbo. Lo stesso era avvenuto ancora prima, nel 2011, quando iniziarono le trivelazioni tra la Zee cipriota e quella israeliana.

Allora furono gli F16 israeliani a far recedere le navi turche.
La politica italiana invece sembra non avere le idee molto chiare: nell’incontro a Bruxelles con il presidente cipriota Anastasiades e il premier greco Tsipras, Gentiloni ha certo condannato l’aggressività turca ma ha ripetuto la formula della “soluzione condivisa”.

Se si volesse prendere seriamente tale formula, commentano al ministero degli esteri cipriota, significherebbe far dipendere la politica di Nicosia dai voleri del sultano.

L’Eni fa un ottimo lavoro, spendendo fior di milioni per ottenere i diritti di trivelazione pur di far entrare l’Italia nel gioco energetico del Mediterraneo orientale. Il colosso energetico italiano sa che, se tutto va bene, tra qualche decennio verrà da lì buona parte degli approvigionamenti dell’Unione Europea. A Cipro lo sanno e apprezzano molto la collaborazione con il gruppo italiano. S’interrogano sulla credibilità della politica italiana, confusa tra ipotetiche vendite di armi ai turchi e le pressioni di chi, inacutamente, ha investito nel paese islamico.

Descalzi assicura che non ha nessuna intenzione di andarsene dalle acque cipriote. Ma certo non può mandare le sue trivelle contro i cannoni.

L’Eni e il pasticcio cipriota ultima modifica: 2018-02-26T20:36:40+00:00 da DIMITRI DELIOLANES

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