Posso dire quel che penso dell’ultimo leader globale?

Uscito Obama dalla Casa Bianca, si è individuato in papa Francesco qualcuno e qualcosa che va ben al di là della sfera religiosa. Sorvolando su alcuni suoi errori dalle conseguenze disastrose
scritto da UMBERTO DE GIOVANNANGELI

Toc, toc… È possibile porre alcune questioni senza passare per dissacratore o – peggio mi sento – come un adepto dell’oscurantismo restauratore del Socci di turno? È una premessa d’obbligo, tutt’altro che diplomatica o formale, per poter aprire una discussione – un tempo si sarebbe detto “franca” – su una figura che tutto vorrebbe, da quel poco o tanto che ho imparato a conoscere leggendo e ascoltandolo, meno che essere beatificato, peraltro in vita. Mi riferisco a papa Francesco.

Chi scrive non ha alcun titolo per entrare nel merito di dispute teologiche, e poi, per dirla alla Mughini, “aborro” i tuttologi che riempiono di sé e delle proprie chiacchiere i salotti mediatici pontificando su tutto sapendone poco o niente. Se provo a gettare un sasso nello stagno è perché vedo, a sinistra, una disperata e disperante ricerca di “lider maximi” che diano senso, alla Vasco Rossi, a questa vita. In assenza di statisti o di segretari all’altezza di tali aspettative, Obama, con le sue “Hope” e “Change” dalla Casa Bianca, si è ritenuto di individuare in Bergoglio qualcuno e qualcosa che va ben al di là della sfera religiosa: un leader globale, capace di orientare pensiero e azione anche di quanti, e io tra questi, non sono stati baciati dalla Fede ma che hanno a cuore le sorti del mondo e, nel mondo, dei più indifesi.

Ora, nessuno che abbia un minimo di onestà intellettuale, può mettere in discussione le affermazioni del papa sui migranti, il suo possente j’accuse contro l’Europa dei Muri, o non essere colpito dalle parole che disse nella sua visita a Lesbo incontrando i disperati in fuga da guerre, povertà assoluta, disastri ambientali spesso causati dall’avidità Occidentale. Ma…Sì, c’è un ma. Anzi, due. E qui è necessario un passo indietro nel tempo.

Il tempo di un altro pontificato: quello di Karol Wojtyla. Era il tempo delle guerre nella ex Jugoslavia, delle pulizie etniche, dell’assedio di Sarajevo. Un pacifismo senza se e senza ma, e dunque destinato alla mera testimonianza, si schierò contro qualsiasi tipo d’intervento, perché la guerra, si sa, è comunque sporca. In quel momento, Wojtyla ebbe il coraggio di rompere questo schema, fortemente radicato anche nel mondo cattolico, parlando di “ingerenza umanitaria”, che portava con sé, se non voleva limitarsi a chiacchiera pietosa, anche l’uso dello strumento militare. Erano i mesi dell’assedio di Sarajevo, dell’infamia di Srebrenica. A Sarajevo era chiaro chi erano le vittime e chi i carnefici. Come a Srebrenica.

Giovanni Paolo II fece una scelta. Importante. Coraggiosa. Dalla parte delle vittime, che a Sarajevo come a Srebrenica erano musulmane. Anche in Siria, nonostante i pasdaran nostrani di Assad, è chiaro da tempo chi sono le vittime e chi il carnefice. La vittima è il popolo siriano contro cui, proprio sette anni fa, un dittatore senza scrupoli dichiarò guerra, ordinando all’esercito di aprire il fuoco contro quanti, sull’onda delle Primavere arabe, scendevano in piazza per reclamare libertà, riforme, giustizia.

L’Isis, allora non esisteva. Un popolo ridotto ad una massa di profughi, bersaglio e ostaggio di una guerra prima civile, poi per procura e ora internazionalizzata. Contro i civili, l’esercito lealista, fece uso, come documentato da rapporti Onu e delle maggiori organizzazioni umanitarie internazionali, in più occasioni delle armi chimiche, in contrasto con la Convenzione di Ginevra, macchiandosi per questo di crimini contro l’umanità.

Quella dell’uso delle armi chimiche era la “red line” fissata da Barack Obama per decidere l’intervento militare statunitense in Siria. Quella linea era stata varcata. Ma nulla accadde. Sento già voci critiche: l’ennesima dimostrazione della fallimentare politica mediorientale dell’allora presidente Usa, Barack “l’indecisionista”. Ma a renderlo tale, fu anche una lettera, vergata da Bergoglio, indirizzata ai leader mondiali riuniti a San Pietroburgo per il G-20, presieduto da Vladimir Putin.

Era il settembre 2013. Nella missiva Francesco condannava “il massacro al quale stiamo assistendo” e invitava i leader ad agire. Nella prima parte, il papa affermava tra l’altro che

l’economia mondiale potrà svilupparsi realmente e garantire una vita degna a tutti esseri umani, [di] ogni abitante della terra, [non solo dei cittadini dei paesi del G20, se la ] crisi economica sarà affrontata con rispetto della persona umana e dei più deboli.

Purtroppo [proseguiva]duole costatare che troppi interessi di parte hanno prevalso da quando è iniziato il conflitto siriano, impedendo di trovare una soluzione che evitasse l’inutile massacro a cui stiamo assistendo.

I leader degli Stati del G20 [invocava poi Francesco] non rimangano inerti di fronte ai drammi che vive già da troppo tempo la cara popolazione siriana e che rischiano di portare nuove sofferenze ad una regione tanto provata e bisognosa di pace.[…]

A tutti loro, e a ciascuno di loro, rivolgo un sentito appello perché aiutino a trovare vie per superare le diverse contrapposizioni e abbandonino ogni vana pretesa di una soluzione militare.

Gli intenti erano nobili, il risultato, a mio modesto avviso, disastroso. Perché di quella invocazione fece uso uno di quei leader per isolare un già recalcitrante Obama: quel leader è Vladimir Putin. Il presidente della Federazione Russa, la pretesa di una soluzione militare alla guerra siriana non l’ha mai creduta “vana”, ma l’ha praticata, continua a praticarla anche in queste ore, sostenendo l’esercito di Assad, i Pasdaran iraniani e gli Hezbollah libanesi nei massacri in atto, contro civili e con l’uso di armi chimiche, nella Ghouta orientale.

A differenza di Wojtyla, Bergoglio non invocò “ingerenze umanitarie” ma solo corridoi umanitari, peraltro impraticabili per volontà di Assad e dei suoi sponsor esterni. La Storia, è il vecchio assunto, non si fa con i se e con i ma, di certo, però, è che nei quasi cinque anni trascorsi da quella lettera “non interventista”, in Siria i morti hanno raggiunto i 511mila, quasi la metà dei quali civili. Quello militare deve essere uno strumento e mai un fine. E dunque, calibrato e comunque legato ad una strategia politica, ad una visione del dopo. Altrimenti una guerra si vince ma la vittoria militare diviene l’inizio di tragedie ancor più devastanti: così è accaduto in Iraq, così si è ripetuto in Libia. Ma la Ghouta orientale non è meno terribile di ciò che fu Srebrenica e quello in atto in Siria è un olocausto. Che coinvolge la minoranza cristiana ma che non può essere iscritto nel libro nero delle persecuzioni dei cristiani in Medio Oriente. Perché così non è.

Anche per ciò che riguarda un altro sterminio in atto: quello dei curdi siriani. Uno sterminio a opera delle forze armate della Turchia governata, col pugno di ferro, da Recep Tayyp Erdoğan. Quell’ Erdoğan ricevuto, agli inizi di febbraio, in Vaticano da Francesco. Si trattava della prima visita nella Santa Sede di un presidente turco dal 1959.

La diplomazia vaticana ha mostrato più volte la sua preoccupazione per la campagna bellica contro i curdi (l’operazione “Ramo d’ulivo” ad Afrin), per sostenere la quale il governo turco ha preteso il sostegno scritto delle minoranze cristiane del paese.  Già nel 2014, rivolgendosi a Erdoğan nel mastodontico palazzo presidenziale di Ankara appena inaugurato, papa Francesco aveva ripetuto che “è lecito fermare l’aggressore ingiusto”, ma questo va fatto “sempre nel rispetto del diritto internazionale”, ricordando che “non è possibile affidare la risoluzione del problema alla sola risposta militare”. Parole inappuntabili, forse troppo. Perché nel nord-est della Siria, l’aggressore era la Turchia e gli aggrediti i curdi siriani. E, come Putin anche Erdoğan è convinto che la risoluzione del problema curdo, in Siria, in Iraq, all’interno stesso della Turchia, avviene praticando un unico linguaggio: quello della forza. Un credo che il “sultano di Ankara” aveva anche nel giorno della sua storica visita in Vaticano.

In Turchia non esiste più una stampa indipendente: Erdoğan ha messo in galera oltre 150 giornalisti, diversi dei quali condannati all’ergastolo o a decenni di carcere per non essersi piegati alla “verità” di regime. I media rimasti hanno usato quell’incontro per esaltare la figura del presidente ricevuto anche dal Santo Padre di Roma. I curdi siriani continuano ad essere massacrati ad Arfin, nel silenzio complice della comunità internazionale. Ma a fermare la mano di Erdoğan come quella di Asad, non bastano le parole. Neanche quelle “sante”.

Posso dire quel che penso dell’ultimo leader globale? ultima modifica: 2018-03-13T17:49:23+00:00 da UMBERTO DE GIOVANNANGELI

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