Bibi e i falchi brindano all’addio di Rex

La nomina di Pompeo al posto di Tillerson al vertice della diplomazia americana è un'ottima notizia per l'attuale leadership d'Israele. Stessa visione del mondo e delle relazioni internazionali. E un nemico comune: l’Iran. Una dichiarazione a ytali del ministro Yuval Steinitz
scritto da UMBERTO DE GIOVANNANGELI
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I falchi di Gerusalemme brindano per l’uscita di scena della “colomba Rex”, al secolo Rex Tillerson, segretario di stato dimissionato da Donald Trump.  Vista dallo stato ebraico, la defenestrazione di Tillerson e la contestuale nomina alla guida della diplomazia Usa dell’ex capo della Cia Mike Pompeo, è una duplice vittoria. Al centro della quale vi è il dossier più cruciale, per la destra che governa oggi Israele: quello iraniano.

Non è un mistero che il premier Netanyahu, amico personale e non solo stretto alleato di Trump avesse accolto con irritazione la decisione di Washington di dare ancora tempo agli altri partner del gruppo 5+1 (Russia, Cina, Gran Bretagna, Francia e Germania) per emendare quell’accordo con Teheran che Trump e Netanyahu considerano una vera iattura, imputandola massimamente all’ex inquilino della Casa Bianca, Barack Obama.

Dopo un braccio di ferro interno alla sua amministrazione, The Donald ha deciso di rinviare a fine marzo il momento della verità. Netanyahu avrebbe voluto che l’accelerazione fosse già avvenuta e se il rinvio c’è stato, per Gerusalemme la responsabilità ha un nome e un volto: quello di Rex Tillerson, troppo preoccupato, secondo chi governa Israele, di non rompere con l’Europa e non rendere ancora più imbrigliata la “matassa” siriana. L’esatto opposto di quanto desiderato non solo da Israele ma anche dall’altro alleato di Trump in Medio Oriente: l’Arabia Saudita.

L’ex segretario di stato Rex Tillerson

Sarà stata solo una coincidenza temporale, fatto sta che l’annuncio del benservito a Tillerson coincide con l’ufficializzazione da parte della Casa Bianca dell’incontro a Washington tra il presidente Usa e il principe ereditario saudita Mohamed bin-Salman, il prossimo 20 marzo. Con Gerusalemme, Riyadh è unita dalla convinzione che il nemico numero uno sia l’Iran, e che la priorità assoluta debba essere quella di contrastare l’espansionismo persiano in Medio Oriente che si muove sulla direttrice Baghdad-Damasco-Beirut.

E un passaggio cruciale in questa ottica è disdettare l’accordo sul nucleare inasprendo le sanzioni contro un regime, quello iraniano, ritenuto, da Israele come dall’Arabia Saudita e dal neo segretario di stato americano, come il grande burattinaio che manovra i fili dei più pericolosi gruppi jihadisti e/o integralisti mediorientali: da l’Hezbollah libanese ad Hamas in Palestina, dalle milizie sciite in Iraq e Yemen, oltre ad essere, assieme alla Russia, il garante del mantenimento in vita del regime di Bashar al-Assad in Siria.

Negli ambienti governativi israeliani il cambio alla guida del dipartimento di stato ha un segno preciso: l’America ha deciso la linea dura contro l’Iran. E di questa linea sarà garante Mike Pompeo.

Ma non è solo il dossier iraniano ad aver creato una faglia tra il governo Netanyahu e Tillerson.

I più stretti collaboratori del premier israeliano non hanno mia nascosto, a microfoni spenti, di ritenere l’ex segretario di Stato come colui che aveva tentato di frenare Trump sulla strada di Gerusalemme, manifestando le sue perplessità, tanto vicine ad una vera e propria contrarietà, rispetto alla decisione del presidente di spostare l’ambasciata statunitense da Tel Aviv a Gerusalemme, riconoscendo quest’ultima come capitale “eterna e indivisibile” dello stato d’Israele.

Sempre Tillerson, stando a fonti autorevoli a Gerusalemme, avrebbe insistito con Trump perché non anticipasse i tempi dell’inaugurazione della nuova ambasciata, uscendo però sconfitto anche su questo punto, quando il portavoce della Casa Bianca ha annunciato che l’ambasciata sarà inaugurata in un giorno solenne per Israele: il 15 maggio 2018, settantesimo anniversario della fondazione dello stato.

L’ambasciatore di Israele all’Onu, Danny Danon, con Benjamin Netanyahu

 Con Pompeo, sono convinti a Gerusalemme, le cose cambieranno e di molto. Anche sul fronte siriano.

A differenza del suo predecessore, infatti, l’ex capo della Cia ritiene che gli Stati Uniti non debbano mollare i loro alleati interni, a cominciare dai curdi siriani dell’Ypg, ma semmai rafforzarli, non solo in funzione anti-Assad ma soprattutto come strumento utile a mettere in crisi il patto russo-turco-iraniano che dalla Siria rischia di espandersi al resto della regione.

Quella iraniana è per Israele, e i duri dell’amministrazione Trump, una minaccia globale e non solo nucleare.

In Siria ci sono 82mila combattenti sotto l’autorità di Teheran, tra cui 3.000 membri della Guardia Rivoluzionaria iraniana.

A rivelarlo è stato  l’ambasciatore israeliano all’Onu, Danny Danon, durante una riunione del Consiglio di sicurezza.

L’Iran sta tentando di trasformare la Siria nella più grande base militare del mondo. Se chiudiamo gli occhi in Siria, la minaccia iraniana aumenterà […] Stiamo rilasciando queste informazioni classificate perché per il mondo è vitale capire che non si può far finta di nulla.

Tanto più che

tra gli 82mila combattenti sotto l’autorità dell’Iran in Siria ci sono anche 9mila membri di Hezbollah e 10mila membri delle milizie sciite reclutate in tutto il Medio Oriente, inclusi Iraq, Afghanistan e Pakistan. E l’Iran comanda direttamente 60mila combattenti siriani locali.

Danon si è quindi chiesto perché Teheran continui a reclutare questi combattenti e perché stia gettando le basi per ospitarli a lungo termine.

La risposta è chiara: per destabilizzare ulteriormente la Siria e la nostra regione, per minacciare ulteriormente Israele, e per terrorizzare il mondo libero

ha spiegato. Ebbene, questa è una valutazione condivisa dalla Cia di cui fino a ieri Mike Pompeo era il numero uno.

Se agli iraniani verrà concessa la possibilità ed il tempo di organizzare in Siria un’efficace difesa aerea, il passo successivo sarà l’installazione di decine, forse centinaia di migliaia di razzi e missili tutti puntati contro Israele dispersi su una superficie in grado di ridurre l’efficienza della forza aerea israeliana ed in grado di minacciare di distruzione le città ed i poli produttivi (civili e militari) di Israele.

Il ministro Yuval Steinitz

È per questo motivo che Israele non può permettere agli iraniani di stabilirsi in Siria, ed è sempre per questo motivo che il prossimo raid israeliano contro obiettivi iraniani in Siria non è questione di “se” ma di “quando”, rileva un documentato report  del Geopoliticalcenter.

Un inasprimento delle sanzioni è il minimo che si dovrebbe attuare nei confronti dell’Iran. Non si tratta solo del nucleare ma del ruolo nefasto che il regime iraniano sta esercitando in tutto il Medio Oriente, a cominciare dalla Siria. E questo non è solo il punto di vista d’Israele

ribadisce a ytali. il ministro israeliano per l’energia, uno dei più vicini a Netanyahu.

Ed è sulla base di questa ferra convinzione che la leadership israeliana ha rafforzato i suoi rapporti con l’amministrazione Trump. Rimarca ancora Steinitz

Con il presidente Trump condividiamo una visione del mondo, delle relazioni internazionali e gli riconosciamo una coerenza tra affermazioni e fatti compiuti che altri suoi predecessori non hanno avuto.

Quanto al neosegretario di stato, il ministro israeliano non ha dubbi:

È un vero amico d’Israele. Come Trump.

E come non lo era Rex Tillerson, considerato da chi governa lo stato ebraico un “obamiano”.

Il più grave dei giudizi per i falchi di Gerusalemme.

Bibi e i falchi brindano all’addio di Rex ultima modifica: 2018-03-14T23:08:41+01:00 da UMBERTO DE GIOVANNANGELI

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