Gerusalemme. Le conseguenze del voto all’Onu

Per Trump la condanna al palazzo di vetro dello spostamento dell'ambasciata in Israele è una sconfitta politica e diplomatica che allarga la distanza tra Usa e alleati. In Europa e nel Medio Oriente.
scritto da UMBERTO DE GIOVANNANGELI

Guatemala, Honduras, Isole Marshall, Micronesia, Nauru, Palau, Togo. Oltre naturalmente Israele. I voti si contano e si pesano. E in questi  due esercizi, il risultato è sempre lo stesso. La “battaglia di Gerusalemme” si è rivelata una disfatta diplomatica per Donald Trump. Una disfatta, quella subita ieri all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, tanto più significativa se rapportata all’impegno con cui The Donald aveva intrapreso l’avventura. Tanto impegno per un così magro risultato.

Un “miracolo” politico, per la verità, il presidente Usa l’ha fatto: per la prima volta da una vita (diplomatica) l’Europa ha parlato quasi una voce sola: venticinque su ventisette stati membri dell’Ue, Italia tra questi, hanno votato contro la scelta americana di considerare Gerusalemme capitale unica e indivisibile d’Israele, e due dei ventisette si sono astenuti (Repubblica Ceca e Romania).

Nessuno è corso in aiuto di Trump.

E sì che l’inquilino della Casa Bianca le aveva provate proprio tutte se non per vincere quanto meno per contenere la sconfitta.

Tutte quelle nazioni che prendono i nostri soldi e poi votano contro di noi al Consiglio di sicurezza e votano contro di noi potenzialmente anche all’Assemblea generale, prendono centinaia di milioni di dollari e anche miliardi di dollari e poi votano contro di noi, vediamo questi voti

aveva tuonato Donald Trump alla vigilia del pronunciamento. Per poi aggiungere: “Lasciamoli votare contro di noi. Risparmieremo molto. Non ci interessa”.

La minaccia di Trump scatena la reazione non solo di capi di stato o di governo ma anche di organizzazioni umanitarie.

Il presidente Trump sta raddoppiando le sue politiche sconsiderate costringendo altri paesi ad accettare la sua decisione di riconoscere l’annessione illegale di Gerusalemme Est da parte di Israele

aveva subito denunciato Raed Jarrar, direttore advocacy e relazioni istituzionali per il Medio Oriente di Amnesty International Usa. Aggiungendo:

Le tattiche da bulli dell’amministrazione Trump serviranno solo a isolare ulteriormente gli Usa dalla scena globale. Piuttosto che minacciare coloro che dipendono dagli aiuti statunitensi, l’amministrazione Trump dovrebbe rispettare i propri obblighi legali di non riconoscere una situazione illegale e di invertire la rotta su Gerusalemme. 

Il palazzo di vetro trasformato in un suk mondiale. Ecco il presidente della Turchia, Recep Tayyp Erdoğan, esortare il mondo a non “vendersi” per i dollari di Trump. E rivolgendosi direttamente a Trump, dire  “Non comprerai la nostra volontà con i tuoi dollari”.

Il mondo è cambiato – gli fa eco il ministro degli esteri di Ankara – l’assunto secondo cui “io ho il potere e quindi ho ragione” non va più. Ora il mondo si ribella alle forzature unilaterali.

Concetto rilanciato dal ministro degli esteri palestinese Riyadh al-Malki:

Su Gerusalemme si sta definendo un nuovo ordine mondiale in politica. Purtroppo l’amministrazione Usa non sembra volerne prendere atto.

Sarebbe un grave errore ritenere che i centoventotto boccianti la scelta di Trump rappresentino un fronte coeso, il fulcro di una nuova governance mondiale che nell’era del sovranismo nazionalista resuscita la multilateralità cara a Barack Obama: è impensabile, ad esempio, ritenere che Iran e Arabia Saudita, nemici su tutto, cambino prospettiva solo per il voto di ieri.

Ma questa considerazione non lenisce la ferita apertasi soprattutto nel rapporto fra gli Stati Uniti e i suoi alleati nel mondo. In particolare con l’Europa.

Che The Donald consideri Bruxelles un covo di burocrati e gli organismi sovranazionali, siano essi l’Ue, la Nato, per non parlare dell’Onu, se non una vera e propria iattura certo un impaccio, ciò è cosa risaputa. Ma l’iper potenza mondiale non può pensare di poter gestire da sola le crisi regionali, o dossier cruciali come quello dell’immigrazione.

La contrapposizione forzata produce solo arroccamenti che sono quasi sempre forieri di disastri. A far compagnia, sul banco degli sconfitti, a Trump c’è il suo grande amico Benjamin Netanyahu. Quanto a parole forti, “Bibi”, non è secondo a nessuno. Altro che palazzo di vetro: quella delle Nazioni Unite è la “Casa delle menzogne”, ha tuonato preventivamente il premier israeliano.

Mercoledì sera, il ministero degli esteri israeliano, del quale Netanyahu è il titolare ad interim, aveva inviato un cable a tutte le ambasciate e missioni israeliane al mondo ordinando  loro di chiedere alle organizzazioni ebraiche nei loro Paesi di fare pressione sui governi locali per orientarne il voto.

Donald Trump e Nikki Haley

Alla prova dei fatti, il risultato è stato alquanto misero. Il massimo che il duo Trump&Netanyahu è riuscito a ottenere, è lo spostamento dal voto a favore della mozione censoria, all’astensione di alcuni Paesi importanti, come Messico e Canada. Niente di più. Quanto al dibattito, basso nel livello, pericoloso nei toni.

Quella che si è  combattuta è una vera e propria “guerra diplomatica”, dove non si fanno “prigionieri”. A ribadirlo è stata l’ambasciatrice Usa al palazzo di vetro, Nikki  Haley:

Noi ricorderemo questo voto.

Più che una constatazione, è una minaccia. E se non fosse stata abbastanza chiara, ci pensa sempre Haley ad affrontare il tema che più interessa a diversi Stati votanti: il portafoglio:

Abbiamo l’obbligo di chiedere di più per il nostro investimento e se il nostro investimento fallisce, abbiamo l’obbligo di spendere le nostre risorse in modi più produttivi. Questi sono i pensieri che vengono in mente quando consideriamo la risoluzione davanti a noi oggi

Haley dixit. Compromesso è una parola bandita dal palazzo di vetro. “Noi” e “loro”, gli uni contro gli altri. “Gli Stati Uniti trasferiranno l’ambasciata a Gerusalemme”, ribadisce Haley, e lo faranno  anche se dovessero restare da soli in questa scelta.

Durissimo l’intervento dell’ambasciatore israeliano, Danny Danon: “Israele – scandisce – non sarà mai cacciato da Gerusalemme”.  È francamente difficile pensare che si possa ricucire a breve uno straccio di dialogo, di fronte ad affermazioni come queste. Ha tuonato  l’ambasciatore israeliano:

Siete dei burattini manovrati dai maestri burattinai palestinesi: siete ciechi di fonte alle menzogne, ciechi alle manipolazioni, proprio come i burattini. I palestinesi sanno che questa risoluzione è una frode. Questa risoluzione non è altro che una distrazione, non ho dubbi che la risoluzione di oggi finirà nel cestino della storia.

Il voto non avrà conseguenze operative, ma la frattura consumatasi ieri  ha qualcosa di storico: rimettere insieme i cocci di una comunità internazionale così frantumata sarà una impresa difficile, faticosa, non breve. Le minacce reciproche, il tirare dentro al dibattito argomenti che vanno ben al di là della sfera politico-diplomatica, sconfinando nella storia e nelle fedi religiose, danno conto della crisi profonda delle Nazioni (dis)Unite.

Lo strappo consumato dall’amministrazione Trump ridefinisce le alleanze nel Grande Medio Oriente. E il primo “passaggio” di campo è quello palestinese: l’uomo a cui guarda oggi il presidente dell’Anp Abu Mazen come “custode” politico della “causa palestinese” non risiede più alla Casa Bianca ma al Cremlino: è Vladimir Putin.

Quanto al mondo arabo e musulmano, sono in tanti a volersi intestare il merito di aver vinto la “battaglia di Gerusalemme”: la corsa a vestire i panni del “nuovo Saladino” è affollata.

E in prima fila c’è il presidente della Turchia, Recep Tayyp Erdoğan, seguito a ruota dal suo omologo egiziano, Abdel Fattah al-Sisi.

Rex Tillerson, segretario di stato degli Stati Uniti

Ma l’isolamento dell’amministrazione Trump – in cui i falchi hanno messo all’angolo il moderato segretario di Stato, Rex Tillerson – pone l’Europa di fronte a responsabilità inedite, che andrebbero affrontate con spirito unitario e lungimiranza politica. Va dato atto alla tante, troppe volte criticata, Federica Mogherini di aver lavorato molto e bene per tenere assieme il variegato fronte europeo.
Il risultato non era affatto scontato.

Da qui bisognerebbe ripartire, cercando di limitare protagonismi nazionali (vedi Francia) e far pesare sui tavoli internazionali il peso di una ritrovata unità. A partire dal Mediterraneo e dal Medio Oriente, scosso da conflitti che hanno prodotto tragedie umanitarie senza precedenti (Siria, Yemen) e da questioni irrisolte, come è quella israelo-palestinese che, grazie alla forzatura di Trump, è risalita nell’agenda internazionale.

Tante volte, e a ragione, si è detto che in Medio Oriente, l’Europa era (o si comportava da) un gigante economico e un nano politico. Il voto su Gerusalemme ne potrebbe alzare e di molto la statura, ridefinendo una nuova partnership per la sicurezza non contro ma neanche più sotto gli Stati Uniti.

Gerusalemme. Le conseguenze del voto all’Onu ultima modifica: 2017-12-22T17:03:45+00:00 da UMBERTO DE GIOVANNANGELI

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