4 marzo. Retroscena di un voto “orientato”

Manovre nella rete e attacchi hacker come successe negli Usa nelle presidenziali. Un libro ci spiega che cosa è accaduto nelle recenti elezioni politiche italiane e perché può accadere
scritto da MICHELE MEZZA

Tra pochi giorni sarà nelle librerie “Algoritmi di Libertà. La potenza del calcolo tra dominio e conflitto”, di Michele Mezza, con introduzione di Giulio Giorello, Donzelli editore. Ringraziamo l’autore e l’editore per averci consentito di pubblicare in anteprima uno stralcio del libro.

Il superprocuratore Robert Mueller, dopo una complessa e laboriosissima indagine, in larga parte basata anche sui documenti dell’inchiesta pubblicata dal Guardian, e raccolti poi nel libro “Collusion” (Mondadori), di Luke Harding, disegna la trama che ha alterato le elezioni statunitensi, ed ha fatto irruzione anche sullo scacchiere italiano del 4 marzo 2018. Ben 37 pagine della requisitoria del super magistrato americano sono dedicate a descrivere l’invasione del nostro spazio elettorale da parte delle squadre russe.

È il “Project Lakhta” avviato nel 2014 da una squadra di hacker coordinati da San Pietroburgo. Obiettivo: appoggiare la candidatura degli outsider, Donald Trump innanzitutto, ma anche il senatore democratico Bernie Sanders, attaccando principalmente Hillary Clinton e i senatori repubblicani Ted Cruz e Marco Rubio.

Si coglie qui il senso e la natura di queste operazioni: non sono a favore di, ma essenzialmente contro qualcuno. In genere contro la stabilità del paese bersaglio.

I russi hanno avuto contatti anche con “rappresentanti” del comitato elettorale di Trump che erano, però, (e questo è l’aggettivo chiave in questa fase) “unwitting“, inconsapevoli dell’identità dei loro interlocutori.
Le interferenze russe non si sono spinte al punto da “alterare” il risultato dell’8 novembre 2016. Trump, quindi, non ha vinto perché gli hacker di Mosca hanno truccato le schede. Concetti ripetuti poi in una breve conferenza stampa dal vice ministro della giustizia, Rod Rosenstein, che ha precisato: l’inchiesta sul Russiagate va avanti. Nel frattempo, Trump, che non aveva mai riconosciuto pienamente le interferenze russe, va all’incasso con un tweet:

La Russia ha cominciato la sua campagna anti Usa nel 2014, molto prima che io annunciassi la mia candidatura. Nessun impatto sul risultato elettorale. Il comitato Trump non ha fatto nulla: nessuna collusione!

Questo è l’antefatto. La trama dagli Usa si è poi dipanata in Europa, con risultati diversi, proporzionali alla compattezza sociale e soprattutto alla robustezza della rappresentatività del sistema politico nazionale.

Macron e Merkel hanno retto all’impatto digitale, non senza evidenti ammaccature ai loro legami sociali e presa elettorale. Il primo scavalcando il sistema politico tradizionale, sottraendosi al gioco al massacro delle tagliole populiste disseminate nelle cosidetta hate chamber, le camere d’odio, che crescono lungo i percorsi social, e togliendo così il bersaglio grosso al collaudato sistema di denigrazione che si realizza mediante il logoramento di ogni senso comune attuato dai guastatori on line. La Merkel, invece, ha reagito con un preventivo fuoco di sbarramento in virtù della maggiore forza di interdizione che le viene sulla scena internazionale dalla potenza nazionale e dal patrimonio di governance europeo che i suoi governi hanno assicurato al suo paese. Insomma i due giganti europei hanno saputo regire alle imboscate digitali.

In Italia la situazione è apparsa subito più compromessa, come ha riconosciuto anche la relazione dei servizi segreti pubblicata proprio una decina di giorni prima del voto.

L’architrave della governabilità, ossia il Pd di Renzi, è giunto alle elezioni logorato da una lunga battaglia interna, oltre che illanguidito da una mancanza di spessore politico e progettuale. I suoi avversari, tutti a favore del vento populista, in cui la spinta anti elitaria veniva orientata contro i decisori, e rafforzata da ripetuti episodi di malversazioni, reali o puramente ipotizzate, che hanno avuto buon gioco a ridurre ogni ambizione di riconoscimenti del partito per gli indiscutibili dati di buon governo economico che si sono registrati.

Ma il vero dato che emergeva, riguardava l’affiorare di quello che il Censis aveva fotografato nel suo tradizionale rapporto annuale sulla condizione sociale del paese. Un rancore che diventava il combustibile per ogni azione di decomposizione del senso comune e della percezione di appartenenza ad un corpo sociale e culturale uniforme. Questo rancore come convergenza di prostrazioni individuali e frustrazioni comunitarie ha portato allo spostamento di intere regioni, come si è spettacolarmente registrato nel sud italia, in favore di chiunque, nel caso specifico anche anonimi candidati dei Cinque Stelle, che declamassero la loro avversità al palazzo.

In questa corrente non è stato difficile creare un senso comune unidirezionale grazie ad una pratica di guerriglia digitale: un continuo cecchinaggio in rete per ampliare il senso di rissosità e contrapposizione sociale non di gruppi o di interessi, come è sempre stato, ma di singoli o al massimo di nicchie sociali molto prossime a nuclei famigliari. I cecchini digitali hanno sparato i loro proiettili di odio sulle famiglie. Tre casi ci aiutano a confermare questa percezione. Tre temi apparentemente banali e circostanziati, che invece, grazie alla viralità della rete, hanno innestato e consolidato processi di identificazione in un senso comune esterno.

Il primo è stato il capodanno dei sacchettini. In poche ore dal 1 al 2 gennaio 2018, in rete si è scatenata un’offensiva contro la banale decisione del governo Gentiloni, in chiusura di legislatura, di adeguare la normativa italiana sui sacchetti commerciali distribuiti nei negozi e supermarket alle leggi europee che ne determinano il grado di biodegradabilità. In circa sei ore centinaia di bot hanno sparato messaggi contraddittori fra loro, ma tutti che spingevano all’indignazione contro supposti e inesistenti interessi personali del leader del Pd Renzi, o di alcuni ministri, nella produzione di questi sacchetti. Al momento di chiudere in tipografia questo libro (10 marzo 2018) Google certifica ancora 137 mila pagine tutte mirate contro il malaffare del sacchetto.

Il secondo caso appare ancora più minimalista: il carnevale romano. L’amministrazione capitolina, per altro guidata da un partito di opposizione al governo, come i Cinque Stelle, non ha confermato il sostegno finanziario alla manifestazione del folclore popolare della città eterna. La notizia è estata diffusa in rete combinata con l’annuncio del capodanno cinese, organizzato autonomamente dalla folta comunità che vive a Roma, e sponsorizzata da aziende cinesi.

L’effetto voluto e moltiplicato, era che per compiacere gli immigrati extra comunitari si sacrificava una tradizione nazionale a favore di una festa del tutto estranea alla nostra cultura. Più di centomila sono le pagine irradiate mediante una sapiente regia che ha coinvolto i collegi elettorale del Lazio, elettoralmente più contendibili.

Infine l’exploit dello scandalo, documentato con tanto di fotografia, di un extracomunitario che viaggiava a sbafo sul Frecciarossa, che a metà febbraio ha cominciato a rimbalzare, in particolare nelle aree centrali del paese, Emilia, Lazio, Marche, Toscana, con più di 75 mila visualizzazioni in un solo giorno.

Nonostante la pronta smentita delle Ferrovie, che spiegavano come si trattasse di un semplice viaggiatore che aveva solo sbagliato carrozza rispetto al suo regolare biglietto, lo scandalo ha continuato a rotolare nei collegi in bilico.

Tre apparentemente banali e pacchiane falsificazioni di notizie , colte proprio per la loro esasperazione della realtà. Ma quante invece sono filtrate nella rete e sono giunte a destinazione, secondo i canali riservati e diretti assicurati dai socialnetwork agli inserzionisti interessati a parlare con un particolare gruppo di persone o con i residenti in un particilare territorio. La Stampa di Torino, nel suo numero di domenica 18 febbraio 2018 ha pubblicato le dichiarazioni di esperti americani, come Anna Applebaum, una delle massime autorità nell’analisi dei grafici comunicativi dei socialnetwork, che sostengono come Twitter e Facebook , abbiano continuato, nonostante le contrite autocritiche dei propri dirigenti, fra cui lo stesso Mark Zuckerberg, a produrre flussi di dark ads, di messaggi promozionali a pagamento diretti solo a specifici indirizzi o territori, favorendo la destabilizzazione del dibattito elettorale italiano.

Risalendo a questi flussi, si arriva ad account tipo @DoctorWho744, @lucamedico,@FrancoSuSarellu, guidati da un unico centro operativo che fa capo alla solita centrale russa di San Pietroburgo, che ha lavorato a supporto delle tematiche agitate dalle liste dei Cinque Stelle o della Lega. Una batteria di fuoco che ha colpito oculatamente i bersagli sensibili. Questo nonostante che Twitter abbia dichiarato di aver chiuso d’autorità 2752 account diretti dalla centrale russa. Una cifra che da un’idea precisa di quale sia ormai l’impegno strategico, l’investimento economico e l’obiettivo geo politico: cambiare radicalmente il senso e i risultati di un’elezione.

Fronteggiare questi attacchi significa avere competenze, saperi, pratiche e relazioni che oggi sono indispensabili per dare forza e forma ad una macchina politica. Esattamente quanto è mancato al partito di governo, e che invece era stato a lungo affilato nei movimenti di opposizione. Ma la tecnicalità della rete non è una modalità operativa indifferente ai contenuti e alle dinamiche politiche che la propongono. La rete chiede sempre un prezzo di coerenza con i suoi linguaggi.

4 marzo. Retroscena di un voto “orientato” ultima modifica: 2018-03-29T16:50:04+00:00 da MICHELE MEZZA

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