“Libertà, uguaglianza e responsabilità”. Parla Caterina Resta

“Dobbiamo prendere coscienza dei doveri che abbiamo nei confronti degli altri e del pianeta in cui coabitiamo. La politica può ripartire dalle lotte per i beni comuni, da una maggiore consapevolezza della crisi ecologica e dall’idea di reddito garantito”, spiega la filosofa messinese.
scritto da MATTEO ANGELI

Cambiare il mondo: se nel Sessantotto era un desiderio di libertà, oggi sembra sempre più un’impellente necessità. Luci e ombre di quell’epoca sono ancora vive ai giorni nostri, riflesse dal filtro patinato di una società dei consumi, che esalta la democrazia diretta, dove l’immediatezza prevale sulla riflessione, ma anche dove le lotte di allora hanno aperto la strada ad altre battaglie per i diritti civili, che ci permettono di poter dire che viviamo in un mondo, almeno per certi versi, più giusto.

Come raccogliere la sfida di un’epoca che sta assumendo i contorni di “tramonto dell’Occidente”? Ne abbiamo discusso con Caterina Resta, professore ordinario di Filosofia teoretica all’Università di Messina, direttrice della collana di studi filosofici “Novecento” e autrice, tra l’altro, di varie opere sui temi del nichilismo, della differenza e dell’alterità nel pensiero di Jacques Derrida e della geofilosofia.

Caterina Resta

Professoressa Resta, il Sessantotto rappresentò una forma di ribellione contro varie forme di autorità. Qual è il suo bilancio a cinquant’anni da questa data epocale? Siamo più liberi di allora o siamo schiavi di tutte le nostre libertà?
È difficile in poche battute fare un bilancio del Sessantotto. A distanza di cinquant’anni, ciò che allora accadde, in America come in Europa, in ciascun Paese secondo le proprie peculiarità, appare ai miei occhi come un fenomeno complesso, in cui si addensano luci ed ombre. Certamente ha segnato un momento di “rottura” con il passato, i cui effetti, sia positivi che negativi, non si sono ancora esauriti, nonostante su molti fronti siano da registrare vistosi passi indietro.

Bisogna ammettere che, accanto al salutare scossone che travolse una società conservatrice e paludata, com’era in particolare quella italiana, il Sessantotto coltivò anche numerosi idola, purtroppo a tutt’oggi in auge, primo tra tutti il mito dell’immediato, l’illusione della democrazia diretta, che allora si tradusse nelle forme di un assemblearismo spesso inconcludente, oltre che, nei fatti, ben poco “democratico”, o in uno spontaneismo condannato all’effimero, incapace di vera progettualità.

Non sono affatto contraria a forme di democrazia più partecipata, soprattutto quando si tratta di problemi che impattano sui territori e che dunque investono direttamente le comunità locali. Ritengo invece indispensabile la mediazione politica e la rappresentanza là dove sono in gioco questioni di carattere più generale che, per complessità e portata, richiedono necessariamente anche il ricorso a competenze specifiche. Per questo auspicherei una maggiore qualificazione del nostro personale politico, oggi più che mai impreparato a svolgere il proprio importante compito.

La democrazia diretta propugnata dal movimento di Grillo e Casaleggio sinceramente mi sembra una solenne presa in giro e una buffonata. Ma trovo altrettanto deleterio fare politica attraverso i sondaggi e gli indici di gradimento. In certi casi si deve avere anche il coraggio di scelte impopolari e controcorrente.

Infine, un’inadeguata riflessione sull’uso della violenza, che produsse i suoi frutti più avvelenati nei successivi “anni di piombo” e nella scelta, da parte delle frange più estremistiche, della lotta armata, mi sembra uno dei lasciti più problematici del Sessantotto.

Ma il Sessantotto è stato anche il desiderio di un’intera generazione di voler cambiare il mondo in modo radicale, di volere “l’impossibile”, senza compromessi. Questa grande speranza di cambiamento è rimasta, ancora oggi, come una promessa tradita, che ha generato una profonda disillusione nelle giovani generazioni. Il mondo, da allora, è certo cambiato, ma non nella direzione che quei giovani avevano immaginato.

L’assoluta novità di quella critica radicale alla società riguardava non solo quanto la sinistra tradizionale denunciava da tempo, ossia lo sfruttamento in fabbrica della classe operaia, ma colpiva direttamente anche la famiglia, la scuola, le forme di vita borghesi, la relazione tra uomo e donna. Da questa nuova analisi dei rapporti di potere scaturì una nuova consapevolezza dell’importanza delle battaglie per i diritti civili, per la differenza femminile, per una sessualità più liberamente vissuta: un terreno di lotte del tutto nuovo, per i tempi, che oggi è divenuto patrimonio condiviso non solo dalla sinistra.

Dal Sessantotto non è venuto fuori solo il terrorismo, ma anche la seconda fase del femminismo che, affermando il carattere politico di tutto ciò che attiene alla sfera personale, ha, a mio avviso, individuato forse l’aspetto più interessante e di lunga durata del Sessantotto, ossia il fatto che la posta in gioco della politica deve tradursi nell’invenzione e nella sperimentazione di forme di vita “alternative”, più rispondenti al nostro desiderio di felicità.

Purtroppo, sul finire degli anni Settanta, l’unico capace di rispondere adeguatamente all’esigenza di cambiamento espressa dal Sessantotto è stato, paradossalmente, il capitale. Il neo-liberismo, attraverso quella che Foucault ha chiamato “governamentalità”, è stato la risposta davvero efficace sul piano non solo economico, ma anche simbolico e immaginario, offrendo a basso costo nuove forme di vita in cui “realizzarsi”, spezzando i legami sociali e trasformando gli individui in voraci consumatori e “clienti”.

L’ideologia neo-liberale ha, a suo modo, risposto alla richiesta di libertà che i movimenti del Sessantotto rivendicavano in tutte le sue forme, attraverso l’illusoria libertà di poter consumare qualunque cosa secondo i propri gusti. Credo che mai come oggi viviamo in una società che, pur non essendo più repressiva come un tempo, ma, anzi, esageratamente permissiva, ci rende assolutamente schiavi, attraverso mille forme di servitù volontaria e sempre più sofisticati sistemi di induzione, manipolazione e controllo di bisogni e desideri.

Oggi assistiamo a una profonda messa in discussione dei valori che caratterizzano quella che viene genericamente definita “società occidentale”. È il trionfo del nichilismo? O crede che dalle ceneri del nostro sistema di valori potrebbe emergerne un ordine nuovo? Se sì, dove vede i semi di questo nuovo pensiero?
Sotto molti aspetti stiamo assistendo a quello che, agli inizi del secolo scorso, Spengler aveva diagnostico come il “tramonto dell’Occidente”. Penso soprattutto all’Europa, alla sua incapacità di fare passi in avanti in direzione di una reale unità politica. Anzi, la recente crisi economica, da cui non siamo ancora usciti, ha certamente accelerato e acuito processi involutivi e spento ogni aspettativa positiva nei confronti del processo di unificazione.

I valori della società occidentale che oggi sono oggetto di critica, anche radicale, da parte delle frange fondamentaliste dell’Islam, come delle nuove destre nazionalistiche europee, sono, in effetti, per lo più, l’esito di oltre un quarantennio di politiche neoliberali, le quali hanno provveduto a smantellare in Europa lo Stato sociale, a precarizzare il lavoro, a far crescere a dismisura le disuguaglianze sociali. Si sono elevati il denaro e il potere economico a unici valori materiali e simbolici, dai quali dipende ogni altra forma di riconoscimento sociale.

Dal momento che proprio i partiti di sinistra europei si sono assunti il compito di “modernizzare” la società attraverso l’adozione di politiche neoliberali, di liberalizzazione e di privatizzazione, il risultato doppiamente disastroso è stato quello non solo di condannarsi alla sparizione, rappresentando in realtà ormai solo gli stessi interessi di una destra liberale, ma anche quello di lasciare alla sola estrema destra, nazionalista e xenofoba, la possibilità di una critica radicale di questo sistema e di questi valori.

Credo che, proprio a partire da questa fase, sia necessario un ripensamento complessivo non solo del ruolo della sinistra in Europa, ma soprattutto delle categorie politiche che finora abbiamo impiegato. A fronte dei profondi mutamenti causati dalla globalizzazione, che “chiude” per molti versi l’epoca moderna, è necessario dotarsi di nuovi strumenti analitici per comprendere tali mutamenti epocali.

Dal punto di vista filosofico, già da tempo è in corso uno straordinario lavoro insieme decostruttivo, genealogico e “creativo” di concetti, in vista non solo di una più adeguata comprensione di quel che accade, ma anche di una complessiva e radicale trasformazione del mondo, in qualche modo mantenendosi in ascolto di quella domanda di profondo cambiamento che il Sessantotto aveva espresso. Ciò che oggi manca è la capacità e il coraggio, da parte della politica, di tentare di tradurre l’analisi filosofica in strumenti di azione politica.

Pur con tutti i limiti, le difficoltà, l’inevitabile tradimento e l’inevitabile “negoziazione” che un simile lavoro di traduzione sempre comporta, credo che questo dovrebbe essere lo sforzo di una sinistra che sappia guardare al futuro: quello, innanzitutto, di un profondo rinnovamento delle proprie categorie politiche.

I semi di questo nuovo pensiero li vedo nelle lotte per i beni comuni, contro la privatizzazione di risorse indisponibili come l’acqua; in una sempre più diffusa consapevolezza della crisi ecologica, che si riflette in un diverso stile di vita. Infine anche l’idea di un reddito minimo garantito per quanti si trovano, per varie ragioni, in condizioni di povertà mi sembra una giusta richiesta non più eludibile. Se non si vuole lasciare alla destra l’onere di dare risposte reazionarie e regressive a questi problemi, è tempo che la sinistra se ne faccia carico.

Oggi le forze di sinistra che hanno governato in varie parti d’Europa vivono una profonda crisi e si vedono recriminare, tra le altre cose, il fatto di aver prestato troppa attenzione ai diritti civili (a quelli degli immigrati, degli omossessuali e di altre minoranze) a discapito dei diritti dei lavoratori. Cosa pensa di questa dinamica? Pensa che le forze progressiste verranno da essa schiacciate o riusciranno a superarla? Se sì, come?
Credo che l’impegno sul terreno dei diritti civili – ai miei occhi, per la verità, ancora troppo scarso ed episodico, soprattutto in Italia – sia stato uno dei pochi elementi innovativi delle politiche di sinistra.

Nonostante la diffusa consapevolezza della costante lesione di questi diritti nei paesi del socialismo reale, la sinistra troppo a lungo li ha considerati secondari e ha nutrito nei loro confronti l’idea che fossero esclusivo appannaggio di una mentalità liberale e borghese.

Mi sembra, invece, importante e necessario saper coniugare diritti sociali e diritti civili: sono entrambi indispensabili per combattere iniquità e discriminazioni in tutte le forme attraverso le quali si presentano. La lotta delle donne, da questo punto di vista, ha aperto la strada al riconoscimento di altre forme di discriminazione, soprattutto nel campo dell’identità e dell’orientamento sessuale.

Non basta combattere per una maggiore equità sul piano economico e sociale o condannare lo sfruttamento del lavoro salariato, in tutte le nuove forme di precarizzazione che oggi ha assunto.

Se, come il Sessantotto denunciava, è in gioco la forma di vita nel suo complesso, allora diventano importanti anche le lotte per il riconoscimento intraprese da soggetti a vario titolo socialmente emarginati o stigmatizzati. Credo che su questa strada sia necessario proseguire. Più complessa è la questione legata al fenomeno dell’immigrazione.

Il fenomeno dell’immigrazione è destinato a intensificarsi negli anni a venire e a cambiare la configurazione delle nostre società. Come immagina la società europea del futuro? Multiculturale, sul modello del melting pot americano, o ghettizzata, sul modello un po’ del “comunitarismo” francese?
Senza dubbio il fenomeno dell’immigrazione costituisce oggi la sfida più difficile da affrontare e sinora l’Europa, nel suo complesso, si è mostrata del tutto incapace sia di comprenderlo che di trovare adeguate soluzioni. Non servono politiche emergenziali e securitarie, né serve innalzare muri e barriere protettive, come su molti confini europei si è cominciato a fare.

Questa ondata migratoria deve essere considerata un fatto strutturale, con il quale saremo costretti a confrontarci per un lungo periodo. Essa è il contraccolpo alle politiche coloniali tra Otto e Novecento, il risultato del fallimento degli aiuti allo sviluppo, la conseguenza dei processi impetuosi di una globalizzazione senza regole, che ha reso liberi da ogni vincolo capitale e manodopera a basso costo, pretendendo, al tempo stesso, di imprigionare il movimento delle persone.

Il nuovo disordine globale, in cui siamo precipitati dopo la fine della guerra fredda, ha provocato, sinora, il moltiplicarsi di guerre “locali” e l’affermarsi del terrorismo globale, oltre all’acuirsi del divario tra una ristrettissima cerchia di ricchi e una crescente schiera di poveri. In questo contesto non ha molto senso distinguere chi fugge dalla guerra e chi dalla fame, poiché una medesima impossibilità di sopravvivere spinge folle di profughi a cercare scampo altrove, in paesi, come quelli europei, in cui si spera di poter trovare un futuro migliore.

Si tratta di una sfida epocale di fronte alla quale l’Europa appare del tutto impreparata, sia dal punto di vista giuridico e politico, che dal punto di vista culturale. Posto che non è possibile in alcun modo arginare e tanto meno eliminare questo fenomeno, ogni atteggiamento di chiusura xenofoba non fa che alimentare una pericolosa deriva nazionalistica, identitaria e sovranista che sta mettendo a dura prova non solo la coesione dell’Europa, ma anche la tenuta della democrazia e il rispetto di quei diritti fondamentali di cui la stessa Europa è stata culla. Essi fanno parte dei suoi valori fondativi.

D’altra parte non condivido neppure la retorica dell’accoglienza: confrontarsi con l’altro, ospitarlo, è un esercizio difficile, complesso, una delicata e lunga opera di mediazione culturale, all’interno della quale le diverse identità non solo entrano in relazione, non priva di conflitti, ma da questo rapporto si devono anche lasciar trasformare, il che non significa affatto relativismo o rinuncia ad alcuni valori per noi non negoziabili, in nome di un’apertura incondizionata.

La civiltà europea è stata da sempre, nell’arco della sua storia, il frutto di incontri e di scontri tra civiltà diverse e ha saputo costruire la propria identità plurale proprio attraverso la sua capacità di dialogo e di traduzione. Sicuramente l’Europa del futuro è destinata a diventare più multiculturale di quella di oggi, ma la sfida sarà quella di trovare un modello europeo di convivenza, considerati i limiti, se non addirittura il fallimento, di quelli già sperimentati.

Il rischio di una società multiculturale con rivendicazioni identitarie da parte delle diverse etnie è sempre in agguato e non mi sembra un modello da perseguire, così come altrettanto rischiose sono politiche di ghettizzazione e di emarginazione, acuite dalle difficoltà ad acquisire lo status di cittadino da parte di uno straniero. Integrazione non può, del resto, voler dire né pura e semplice assimilazione dell’altro, né facile dismissione di alcuni valori irrinunciabili per chi sente di appartenere all’Europa.

Affinché l’incontro tra culture diverse non si trasformi in scontro e in rifiuto dell’altro è, però, necessario investire non solo su politiche di accoglienza e di integrazione, ma anche su efficaci politiche sociali, volte a dare sostegno alle fasce di popolazione europea più disagiata. Solo così si potrà evitare che l’accoglienza degli immigrati degeneri in una guerra tra poveri.

Saprà l’Europa resistere alla tentazione di arroccarsi e chiudersi come in una fortezza? Saprà inventare, come al tempo dell’impero romano o delle invasioni barbariche, ma anche all’epoca del dominio normanno in Sicilia, nuove forme di convivenza civile tra differenti, senza tradire la sua storia millenaria?

Essere eredi non significa accogliere il passato come un “già stato”, non si esaurisce nell’essere semplici custodi di un patrimonio da tutelare. Significa essere anche capaci di saperlo ri-animare, attivandone persino potenzialità rimaste ancora inespresse. O l’Europa sarà capace, ancora una volta, di re-inventarsi, oppure si condannerà alla sparizione e all’auto-distruzione.

Le nuove tecnologie non hanno cambiato solo in modo in cui lavoriamo, ma anche il modo in cui pensiamo e ci rapportiamo con gli altri. Questo vale particolarmente per le nuove tecnologie di comunicazione. Cosa pensa di questo fenomeno? Rispetto al passato, abbiamo più o meno bisogno degli altri? E cosa pensa della qualità dei rapporti che intratteniamo con gli altri? L’uomo è ancora un animale sociale o anche la sfera relazionale si è ridotta a dinamiche di mero consumo?
Le nuove tecnologie nel campo della comunicazione hanno profondamente cambiato e stanno ulteriormente cambiando le relazioni sociali. Se da un lato accelerano e favoriscono la più ampia diffusione e circolazione delle informazioni su scala planetaria, contribuendo alla costituzione di una comunità globale, dall’altra possono anche essere potenti agenti di disinformazione o di manipolazione e controllo delle opinioni.

Quanto all’utilizzo, sempre più diffuso, dei social network per la comunicazione interpersonale, trovo che il fenomeno debba destare non poche preoccupazioni. Se da un lato si ha l’impressione di un potenziamento straordinario della capacità di entrare in relazione con gli altri e dell’intensificarsi della comunicazione all’interno di una cerchia sempre più vasta di persone, in realtà si tratta di forme estremamente impoverite e illusorie di relazione, molto superficiali e deresponsabilizzanti, che esasperano, non di rado, l’esibizionismo, il voyeurismo e l’aggressività, fomentando gogne mediatiche, delle cui conseguenze spesso neppure ci si rende conto.

La stessa parola “amicizia” ha perso senso e l’ansia di accrescere continuamente i propri contatti è solo la spia di una crescente solitudine e di una incapacità a intrattenere rapporti davvero profondi e affettivamente significativi. Del rifiuto, soprattutto, di qualunque assunzione di responsabilità.

Anche questa sfera è ormai interamente risucchiata entro logiche di rapido consumo, rispetto alle quali si diventa sempre più dipendenti.

L’innovazione tecnologica rende molti tipi di lavoro non necessari. Crede che un futuro senza lavoro (o, “a corto di lavoro”) sia immaginabile? Se sì, se non il lavoro, cosa permetterà all’uomo di dare un senso alla propria esistenza?
L’utilizzo di strumenti meccanici ed elettronici sempre più sofisticati sta profondamente cambiando il modo di lavorare. In compenso nuove forme di lavoro si stanno imponendo un po’ in tutti i campi. Ciò richiede un costante e sempre più veloce adattamento alle nuove tecnologie che provocano la rapida obsolescenza di competenze e abilità, ma anche di prodotti e di consumi, con problemi crescenti di disoccupazione. Anche per questo un reddito minimo garantito mi sembra ormai una scelta obbligata e non più rinviabile.

So di dire una cosa scarsamente condivisa, ma non ho mai pensato al lavoro come alla forma privilegiata in grado di dare senso all’esistenza. Non è un caso se nel racconto biblico nel giardino dell’Eden Adamo ed Eva non lavorano, mentre la cacciata dal Paradiso coincide con una sorta di “condanna” al lavoro, ossia con la necessità di doversi procurare il proprio sostentamento attraverso la fatica e il sudore della fronte.

Nelle società del Mondo antico il lavoro è considerato attività da schiavi, mentre l’otium è un privilegio riservato a quei pochi che possono dedicarsi con diletto a coltivare lo spirito. È solo a partire dall’Età moderna e dalla rivoluzione industriale che il lavoro, con l’ausilio delle prime macchine, coinvolge masse crescenti di popolazione, prima nelle città, poi anche nelle campagne, e diventa un valore monetizzabile.

Non bisogna dimenticare, inoltre, che i vantaggi di un maggiore benessere furono conquistati solo al prezzo di durissime lotte che contribuirono a “valorizzare” il lavoro non solo come diritto da rivendicare e difendere, ma anche come mezzo di socializzazione, di riconoscimento e promozione sociale. Per le donne ancora oggi è largamente inteso come simbolo della loro emancipazione.

Oggi, che siamo afflitti da crescente disoccupazione e da forme di lavori precari e sottopagati, in un tempo in cui anche l’attività di ricerca e di insegnamento di un professore universitario si è trasformata in mero lavoro salariato, mortificata dal prevalere di logiche aziendali e produttivistiche, credo sia giunto il momento di tornare a riflettere sullo statuto ontologico del lavoro.

Quando tutta l’esistenza diviene lavoro, quando anche il tempo libero e la vacanza si concepiscono come forme di “occupazione” del tempo in tutto simili a quelle del lavoro, non rimane più alcuno spazio per la libera espressione di noi stessi, della nostra affettività e della nostra creatività. Una certa retorica, anche di sinistra, ci ha fatto credere che il lavoro rende liberi ed è l’ambito della nostra realizzazione umana. In realtà, per la maggior parte delle persone, il lavoro, in quanto regno della necessità, aliena da se stessi e rende schiavi, anche in assenza di riconoscibili “padroni”.

Non esiste una libertà del lavoro, ma solo una libertà dal lavoro. Per quanto essa non possa che rappresentare un desiderio mai fino in fondo irrealizzabile, prigionieri come siamo della necessità in cui è inscritta la nostra esistenza, tuttavia ritengo che non avessero torto i giovani del Sessantotto quando lanciarono lo slogan: «lavorare meno, lavorare tutti».

Si potrebbe cominciare da qui, dal sottrarre un po’ di tempo alla morsa del lavoro, che costringe all’infernale circolo economico di produzione e consumo, in cui il denaro da guadagnare e da spendere diviene l’unico senso della nostra esistenza.

Mi sembra che allontanarsi progressivamente da questo modello produttivistico di civiltà e di sviluppo sia l’unica possibilità per tentare di dare un senso davvero più ampio e più ricco alla vita. Liberare quanto più è possibile il tempo dalla sua messa a lavoro dovrebbe essere l’obiettivo prioritario. Tutt’altra cosa rispetto a quello che noi oggi chiamiamo “tempo libero”.

I progressi della scienza permettono anche nuove forme di continuazione della specie umana. Crede che la famiglia, intesa come nucleo formato da un padre, una madre e i loro figli, potrebbe nel futuro cedere il passo a nuovi modelli di convivenza?
Certamente la scienza sembra ormai promettere inedite forme di longevità, ma come sempre bisogna anche vedere i risvolti problematici di questa conquista, in primo luogo quelli relativi alla crescente incidenza di una popolazione senile, a fronte di una sempre più scarsa natalità, almeno nei paesi occidentali. Ciò, a lungo andare, creerà uno squilibrio insostenibile da ogni punto di vista, non solo economico.

Per quanto riguarda la famiglia, tema sul quale di recente si è tornati a dibattere in Italia a proposito dell’approvazione della legge sulle unioni civili, vorrei preliminarmente ribadire che essa è un istituto sociale e culturale che ha ben poco di naturale.

La famiglia mononucleare è solo una forma, tra altre, di un possibile legame affettivo, giuridico ed economico che ruota intorno all’allevamento della prole. Essa, in Occidente, ha una storia assai recente. Io stessa sono cresciuta in un nucleo familiare che prevedeva ancora la coabitazione con i nonni.

Oggi si parla molto di crisi della famiglia; in realtà ad entrare in crisi è solo un certo modello di famiglia, mentre altri già se ne stanno affermando: famiglie mono-genitoriali, famiglie allargate, a causa di successivi matrimoni, famiglie “arcobaleno” con genitori dello stesso sesso. Basta avere qualche rudimentale conoscenza nel campo dell’antropologia culturale, per comprendere come, in realtà, i modelli di famiglia sono molteplici e mutano da cultura a cultura o nel corso della storia.

Non tutte le trasformazioni sono ovviamente auspicabili, né tutte le diverse declinazioni di “famiglia” devono necessariamente costituire un esempio da seguire. Credo che per muoversi con una certa saggezza all’interno di questi mutamenti in corso gli unici criteri che si debbano adottare siano quello del rispetto reciproco, della pari dignità e del reciproco sostentamento, anche in caso di morte, tra coloro che liberamente decidono di dare una forma giuridica alla loro relazione, per sancirne la non episodicità, e quello della tutela dei figli.

Se in generale sono del tutto contraria a riconoscere la maternità o la paternità come un diritto da rivendicare a tutti i costi, e tantomeno sono disposta ad avallare pratiche come quelle dell’utero in affitto, trovo, d’altra parte, che la genitorialità tra persone dello stesso sesso debba essere garantita e riconosciuta, anche attraverso l’accesso all’adozione.

Crede che di fronte ai profondi cambiamenti elencati nelle domande precedenti, la specie umana potrà continuare a contare su una bussola – su quell’afflato di libertà e uguaglianza – che ne ha orientato finora l’evoluzione? O, privi di questa bussola, siamo condannati a perderci? Si prospetta davanti a noi il declino di una civiltà?
Non so se la specie umana avrà un futuro su questa terra. Ciò che in questo momento storico ne minaccia non solo l’evoluzione, ma la stessa sopravvivenza, è quella che vorrei chiamare non “crisi”, ma “catastrofe” ecologica. Da questo punto di vista, il binomio libertà e uguaglianza non basta a servirci da bussola per tentare di trovare una via di uscita. Bisogna aggiungere un’altra parola, quella a mio avviso più importante di tutte: responsabilità.

È necessaria una vera e propria rivoluzione copernicana o una “conversione”, in grado di farci cambiare radicalmente rotta, sia riguardo al modello di sviluppo che l’Occidente ha imposto al resto del mondo, sia per quanto riguarda l’assunzione di una necessaria, duplice responsabilità, tanto nei confronti degli altri, che del pianeta su cui ci troviamo a co-abitare.

Il che implicherà anche una profonda trasformazione dei nostri stili di vita. In fondo era quello che un po’ confusamente chiedevano anche i giovani del Sessantotto: cambiare il mondo. Allora sembrò un desiderio di trasformazione radicale dettato soprattutto da un’ansia di libertà, oggi è divenuta una necessità improrogabile, che non è più possibile eludere.

“Libertà, uguaglianza e responsabilità”. Parla Caterina Resta ultima modifica: 2018-04-25T14:22:13+02:00 da MATTEO ANGELI

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