Diamo un nome a quel sangue

Nel giorno in cui Israele celebra il suo settantesimo anniversario e Trump benedice l’inaugurazione dell’ambasciata Usa di Gerusalemme, a Gaza scorre il sangue. Non si è trattato di "scontri": questa parola dovrebbe scomparire dai titoli, e altre dovrebbero prendere il suo posto.
scritto da UMBERTO DE GIOVANNANGELI

Chi fa di mestiere il giornalista dovrebbe sapere il peso delle parole. E come sia possibile manipolarle, con giochi di prestigio che finiscono per manipolare la realtà. Quando si parla o scrive del conflitto israelo-palestinese questi giochi si fanno più arditi, a volte sfrontati. La narrazione spodesta la verità oggettiva, perché in Terrasanta anche l’informazione è arruolata. Ma di fronte alle immagini che giungono da Gaza anche il più smaliziato giocatore di parole dovrebbe pensarci un po’, prima di usare le parole per mascherare un crimine.

Nel giorno in cui Israele celebrava il settantesimo anniversario della sua fondazione, nel giorno in cui Donald Trump benediceva con un videomessaggio l’inaugurazione dell’ambasciata statunitense a Gerusalemme, nella Striscia di Gaza si compiva una mattanza. Soldati israeliani aprono il fuoco contro manifestanti palestinesi, uccidendone a decine. A scriverlo non è un giornaletto filo-Hamas ma il Washington Post. In Italia, no. In Italia, salvo rare eccezioni, si scrive di “scontri”, si narra di una “guerra” scoppiata ai confini tra Israele e quell’immensa prigione a cielo aperto di nome Gaza. Ma di quali scontri si parla quando il bilancio di una giornata di sangue registra almeno 53 palestinesi uccisi e oltre 2400 feriti?

Ora, chiunque abbia avuto modo di raccontare le “guerre di Gaza”, come chi scrive, si è trovato a dover raccontare di bombardamenti (israeliani) e di risposte (palestinesi) con l’uso di razzi e mitragliatori. La sproporzione nella potenza di fuoco è stata una costante in quel conflitto, così com’è fuori discussione la preparazione dei soldati delle Idf, le Forze di difesa israeliane. Ma nell’“Intifada dell’ambasciata” di questi scontri non c’è traccia. Mentre sul terreno è rimasta una lunga scia di sangue. Palestinese. Un barlume di onestà intellettuale, e di deontologia professionale, dovrebbe portare a riformulare i titoli facendo scomparire la parola “scontri”. Quello spazio non resterebbe vuoto. Consigliamo parole alternative come massacro, mattanza, carneficina.

Certo, non solo è lecito ma è di grande importanza soffermarsi sull’uso che Hamas ha cercato di fare della protesta palestinese. Non è stata la prima né sarà l’ultima volta che, per recuperare la perdita di consensi interni, il movimento islamico prova a vestire i panni che più gli si addicono: quello di un movimento di resistenza, provando a celare dietro questi abiti il fallimento come forza politica, incapace di amministrare la Striscia. Ma oggi non può essere questo il centro della riflessione. Il centro è, dovrebbero essere, due immagini che fotografano la giornata: i corpi dei palestinesi uccisi dal fuoco dei soldati e il volto sorridente, trionfante, di Benjamin Netanyahu alla cerimonia di inaugurazione dell’ambasciata Usa a Gerusalemme. In quel sorriso c’è la convinzione di aver vinto la partita, e non perché i ragazzi in divisa avevano “circoscritto” la protesta palestinese, ma perché “Bibi” sa che può contare, come mai è avvenuto in passato, sulla totale copertura da parte americana.

Mai in passato è stato così. Anche quando alla Casa Bianca c’erano presidenti marcatamente filoisraeliani, sia Repubblicani sia Democratici, sempre si era cercato di mantenere un profilo da “arbitri” e non da giocatori con indosso la maglietta con i colori nazionali d’Israele. Con Donald Trump non è più così. The Donald condivide in toto con l’amico Benjamin una visione “sovranista” della politica e la convinzione che ciò che conta davvero sono i rapporti di forza stabiliti sul campo.

Un recente Tweet dell’ambasciatore americano in Israele: “Grazie a Dio l’ambasciata degli Usa a Gerusalemme è aperta. Sono onorato di avere realizzato la visione del nostro grande Presidente. Come i dieci comandamenti, le parole dell’ambasciata sono scritte nella pietra!”

In Terrasanta volano falchi e avvoltoi, non c’è spazio per le “colombe”. Non esistono avversari ma solo nemici da eliminare con ogni mezzo. Lo schema funzionante è quello che individua il Torto da una parte e la Ragione dall’altro. Senza vie di mezzo.

Su ytali abbiamo provato a raccontare un Medio Oriente in fiamme, cercando di non indossare casacche di parte, condividendo quanto scritto da Amos Oz, tra i più acclamati e impegnati scrittori israeliani. Oz non è un romantico pacifista, per Israele ha combattuto, ha imbracciato un fucile. Ma è proprio da un’esperienza di vita, piuttosto che da un esercizio intellettuale, che Oz ha colto l’essenza, dostovieskiana, della tragedia che accomuna israeliani e palestinesi. L’essenza, annota Oz, è che a scontrarsi non sono il Torto e la Ragione, ma due diritti egualmente fondati, che in quanto tali avrebbero bisogno di un incontro a metà strada, e di una classe dirigente capace di una visione lunga. Così, purtroppo non è.

L’Europa, nel suo stanco politically correct, continua a ripetere il mantra di “due popoli, due Stati”, quando è noto a tutti, basta alzare gli occhi e guardare una cartina geografica della Cisgiordania, che uno stato palestinese – uno stato, non un bantustan in salsa mediorientale – è ormai impossibile da realizzare su un territorio dove gli insediamenti israeliani sono diventati vere e proprie città, dove la barriera di sicurezza israeliana è penetrata in profondità nei territori palestinesi spezzando villaggi, frantumando la West Bank in mille frammenti territoriali, divisi tra loro da oltre 540 checkpoint permanenti istituiti da Israele.

Inventarsi piani di pace è un esercizio sterile, presuntuoso. Tutto è stato scritto, su ogni questione strategica vi sono tomi di proposte sensate, di compromessi realistici su cui si sono cimentati generali, demografi, intellettuali e politici dei due campi. Non sono le idee a mancare. È la volontà politica, il coraggio di realizzarle che manca. Chi ci ha provato, è stato fatto fuori, perché considerato un traditore: do you remember Yitzhak Rabin?

Una cosa, però, per quel che ci compete, possiamo farla. Non barare nel raccontare gli accadimenti, chiamando le cose con il loro nome. E il nome di ciò che si è consumato questo 14 maggio 2018 a Gaza è: massacro. Senza scontro. Senza sconti.

Diamo un nome a quel sangue ultima modifica: 2018-05-16T14:34:58+00:00 da UMBERTO DE GIOVANNANGELI

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1 commento

Michele 16 maggio 2018 a 23:33

Citate la foto, è bellissima, come altre sue foto, sono andato a vedermi la sua pagina facebook https://www.facebook.com/mahmud.hams

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