La muraglia (digitale) cinese

Il firewall nazionale cinese impedisce l’uso delle classiche app “occidentali”. E se le alternative locali come WeChat e Baidu non sono soddisfacenti, esiste una mappa della trasgressione digitale. Vere e proprie isole felici, soprattutto a Shanghai.
scritto da MICHELE MEZZA

[PECHINO]
Come si vive senza rete? Non è una nostalgia di Vasco Rossi, ma un quesito ineludibile nella Cina di Xi Jinping. Negli ultimi mesi infatti dalla città proibita è arrivato l’ordine di staccare Google, Facebook e le app affini: niente Whatsapp o Instagram dunque. Per chi arriva dell’Occidente lo shock va oltre la retorica. Viaggiare e muoversi senza postare fotografie, dialogare con amici, consultare mappe e itinerari, chiedere notizie di ristoranti o musei è ormai assolutamente inedito. Non è solo una paranoia che viene frustrata ma è ancora un livello di sicurezza, e comunque di stabilità, che si annulla.

Diventa difficile scegliere opzioni e servizi senza sapere giudizi ed esperienze, senza mantenere aperto quel paracadute digitale che frena ogni inconsulta sbandata nelle improvvisazioni o temerarietà che contraddistinguono i viaggi in Occidente. Figuratevi per chi si trova alla deriva nella metropolitana di Pechino o deve prendere un aereo a Guilin. Diciamo che si stacca lo ski-lift a cui ormai siamo attaccati nella nostra vita e si scivola senza controllo a valle.

Né può valere la furbizia di usare i cloni cinesi dei link respinti dal firewall nazionale. Con WeChat, l’alternativa cinese a Whatsapp – per quanto stia facendo proseliti anche in Occidente, con migliaia di nuovi utenti che ritengono più snob usare il social asiatico al posto di quello di Cupertino – gli effetti di scambio dati con famigliari e amici sono chiaramente limitati. Lo stesso vale per l’avatar di Google, Baidou, limitato per la barriera linguistica. Così come i servizi di georeferenziazione e mapping, che nella versione locale sono intelligibili solo a chi ha una pratica letteraria del mandarino.

Ma come sempre anche il più rigoroso ordine viene aggirato in Cina. Non sono pochi ormai gli alberghi che vantano fra i propri servizi, per deroghe di cui non si comprende l’origine, il privilegio di accedere agli indirizzi web vietati, come appunto Whatsapp e Instagram. Sopratutto a Shangai, meno a Pechino, ormai esiste una geografia della trasgressione digitale in città che coincide con filiere di relazioni e interessi connessi a questo o a quel clan del partito.

Catene alberghiere, ristoranti, club, centri commerciali si identificano per la navigazione che permettono. Una mappa che indica anche la congiuntura politica. In base all’estensione di queste isole di libertà digitale, i più avvertiti osservatori e operatori economici riescono a dedurre tendenze, decisioni o svolte nella gestione del management politico intermedio, sopratutto gli equilibri nelle amministrazioni cittadine.

Anche perché ormai la vita in queste megalopoli è strettamente connessa alla fluidità dei rapporti online. A Pechino e Shanghai, ma anche a Xian o Canton, ristoranti e bar cominciano a preferire, in molti casi in maniera esclusiva, prenotazioni e acquisto diretto online. Ci è capitato di entrare in vari bar di seguito, uno dopo l’altro alla ricerca di un caffè e sentirci dire che servivano solo clienti che avevano preacquistato via internet. Lo stesso capita per uffici o servizi quali i garage o i supermercati.

Le attività quotidiane passano ormai largamente per le directory degli smartphone, vere bussole di sopravvivenza, nelle città cinesi più ancora che a San Francisco o New York. È lo smartphone il vero ordinatore sociale che guida, smista e supporta la gigantesca diaspora interna che dalle campagne porta ancora quaranta milioni all’anno di cinesi nelle città. Senza telefono sarebbero ancora più emarginati di quanto comunque non siano nel girovagare fra uffici e centri di collocamento.

Sopratutto, il cellulare è il codice di formazione dei giovani, che lavorano e studiano mediante istruzioni e relazioni gestite dai due pollici che picchiettano freneticamente sulle tastiere virtuali. La Cina oggi, almeno nelle grandi città – e sono almeno cinquanta quelle con più di due milioni di abitanti – è una “smartphone country”. Più dell’Italia o della stessa Finlandia.

Taobao.com è il sito cinese per lo shopping

Com’è possibile pensare di spingere un’intraprendenza anarchica qual è quella cinese sulla strada della piena autonomia digitale e poi ingabbiare le perlustrazione in rete con continui segnali di divieto?

È un altro dei paradossi di un paese, di una cultura, di un partito, che sentono che il nuovo secolo sarà il loro, ma temono ancora la minaccia del vecchio mondo.

La muraglia (digitale) cinese ultima modifica: 2018-10-25T13:42:42+02:00 da MICHELE MEZZA

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