Mapuche e Benetton, una storia “disunited”

Il bel libro “Alla fine del mondo. La vera storia dei Benetton in Patagonia” parla della lunga lotta tra la famiglia di Treviso, che nel sud dell'Argentina ha comprato 924mila ettari, e le comunità native che quelle terre le abitano da sempre.
scritto da CLAUDIO MADRICARDO
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Della lunga lotta che oppone la famiglia Benetton alle comunità mapuche dell’Argentina parla il bel libro Alla fine del mondo. La vera storia dei Benetton in Patagonia scritto da Pericle Camuffo e Monica Zornetta, appena uscito per “Strade Bianche” di Stampa Alternativa.

In attesa dell’edizione cartacea di prossima uscita aggiornata e ampliata, il libro è disponibile per il momento in digitale, spinto dall’urgenza di fare un po’ di chiarezza dopo la frittata comunicativa delle Sardine a Fabrica. Ed è scaricabile gratuitamente dal sito dell’editore Marcello Baraghini, che ha avuto il merito di pubblicarlo dopo che ha girovagato a lungo per le case editrici, ottenendo scuse, una più banale e ottusa dell’altra, per non fargli veder la luce.

Nel libro si racconta la storia dei difficili rapporti tra la famiglia di Villorba e i mapuche, sul cui genocidio sono nati gli stati nazionali del Cile e dell’Argentina, che li hanno trasformati in nemici interni al fine di impossessarsi delle terre su cui hanno sempre vissuto.

La Patagonia, l’estremo del cono sud dell’America Latina

Una storia che contraddice l’immagine antirazzista che i Benetton hanno saputo creare di sé a livello mondiale, e che smentisce la narrazione di un’azienda che a livello globale si è proposta come responsabile sul piano sociale, ambientale ed economico. Al punto che lo stesso Luciano Benetton ha potuto definire quella che in gran parte è stata la sua creatura come un esempio di “capitalismo creativo, sensibile alle esigenze dei meno fortunati nel mondo”, che ha consolidato la sua immagine “capital-progressista e anticonformista”.

L’idea del libro nasce nel 2017 dopo la scomparsa di Santiago Maldonado, il cui cadavere è stato ritrovato nel fiume Chubut in una delle proprietà della famiglia veneta. Inizia raccontando della fascinazione di Carlo, il più piccolo dei fratelli morto recentemente, per l’estremo sud patagonico, che ha portato la famiglia ad acquistare 924mila ettari nel 1991 grazie alla grande svendita – avviata dall’allora presidente Carlos Menem – delle terre dei mapuche, che ne rivendicano la restituzione e chiedono il riconoscimento della diversità etnica e culturale.

Soprattutto dopo il caso di Maldonado e la repressione violenta messa in atto anche dal governo cileno, anche recentemente, la questione mapuche ha ripreso vigore e molte sono state in Argentina le manifestazioni contro la politica del governo Macri e contro la stessa famiglia Benetton, fino alla grande mobilitazione di Buenos Aires dell’agosto 2018.

Ciò ha restituito attualità alla storia di un popolo che un tempo viveva nel Wall Mapu, il territorio del cono sud dell’America Latina che andava dall’oceano Atlantico al Pacifico. Un popolo il cui rapporto con la terra, non semplicemente fonte di sussistenza, crea quotidianamente la sua identità, e del quale la madre terra costituisce “l’impalcatura spirituale e rituale: (che) va ascoltata, cantata, celebrata.”

Raffigurazione di uno scontro tra Mapuche (sinistra) e Inca (destra) – Huamán Poma de Ayala, 1615

Nella difesa dei mapuche si è speso anche Adolfo Maria Pérez Esquivel, premio Nobel per la Pace nel 1980, di cui gli autori pubblicano in appendice lo scambio di lettere avuto con Luciano Benetton, consigliato di considerare il diverso rapporto con la terra che differenzia la popolazione originaria dagli occidentali.

Una relazione che la fa appartenere alla terra di cui si sente custode, in un rapporto che supera il concetto giuridico stesso di proprietà espresso dalla nostra cultura giuridica. Ciò ha permesso che quella del popolo mapuche si sia caratterizzata come una lunga storia di resistenza vittoriosa all’invasione straniera. Dai rapporti con gli Inca, fino alla più recente relazione con gli spagnoli, costretti a sottoscrivere un trattato di pace con cui riconoscevano l’autonomia territoriale a sud del fiume cileno Bío-Bío.

Ma quello che non è riuscito a Inca e conquistadores, ricordano gli autori, è riuscito invece a Cile e Argentina che hanno massacrato centomila mapuche nella seconda metà dell’Ottocento, e che nei primi decenni del secolo successivo, con azioni congiunte di latifondisti, governi ed esercito, hanno espropriato i territori ancestrali. Costringendo i mapuche superstiti, la cui maggioranza vive oggi in Cile, a urbanizzarsi e spesso a spagnolizzare il loro cognome pur di sfuggire alle discriminazioni di cui sono oggetto, che gli fanno occupare l’ultimo gradino della scala sociale.

Da questa discriminazione, ci raccontano gli autori, non si discosta l’attività della famiglia Benetton, penetrata in Argentina grazie alle politiche del governo che hanno permesso l’acquisto delle terre a prezzi simbolici, in una ventata di privatizzazioni necessarie per sanare il debito pubblico, da cui non si sono discostati nemmeno i successivi governi di Nestor Kirchner e della moglie Cristina.

Tweet del 2018 di Benetton, che si è costruita nel tempo la fama di azienda responsabile sul piano ambientale, sociale ed economico

Una condizione favorevole che ha consentito ai Benetton di diventare i più grandi latifondisti del paese, ricavando fiumi di denaro dallo sfruttamento di pecore, cavalli e bovini da macello, in territori recintati nei quali la vita dei mapuche è resa difficile.

La famiglia Benetton, si legge nel libro, ha esteso la sua attività anche al settore minerario, al quale si dedica estraendo oro, argento, rame ecc. dai 180mila ettari che possiede. Un’attività che l’ha vista entrare in conflitto con le comunità che vivono in quei territori, costrette a trasferirsi per dar spazio all’estrazione di metalli, e che non può essere di certo vantata come il massimo del rispetto ambientale.

Post Instagram di Benetton, che si è costruita nel tempo la fama di azienda responsabile sul piano ambientale, sociale ed economico

È un’immagine che allontana i Benetton “argentini” dalla fama di azienda rispettosa dell’ambiente, che un’intelligente operazione di marketing le ha saputo conferire a livello mondiale.

Non sembra neanche bastare, osservano gli autori, l’impegno profuso dai Benetton in programmi di aiuto, di costruzione di ospedali e scuole e di riforestazione. E non basta nemmeno la creazione del famoso Museo Leleque, rifiutato dai mapuche che non lo riconoscono, il cui progetto scientifico è stato affidato allo studioso Casamiquela, fautore di una tesi – per fortuna minoritaria – che vede i mapuche come degli estranei arrivati dal Cile nei primi decenni del XIX secolo. Ne consegue che l’istituzione culturale dei Benetton rientra in una tipica pratica coloniale. Laddove

il museo, ogni museo, racconta sempre la storia dei vincitori.

Tutto ciò in un panorama che non esclude la violenza e i desaparecidos, ben centoquarantacinque dal ritorno della democrazia a oggi, che non risparmia i vasti terreni della famiglia, sorvegliati da telecamere, recintati e guardati a vista da vigilantes privati. Su cui perfino sono piovute accuse di aver provocato l’intossicazione degli abitanti delle zone circostanti il fiume Chubut, a causa di versamenti di acque contaminate nei canali usati come scarico.

Insomma una lunga e sfaccettata storia che il libro ha il merito di ricostruire con raffinata tecnica da giornalismo d’inchiesta, la cui pubblicazione, e non è certo un caso, arriva solo dopo il disastro del Ponte Morandi a Genova.

Alla fine del mondo. La vera storia dei Benetton in Patagonia è scaricabile gratuitamente.


Nell’immagine di apertura il “Wenufoye”, l’attuale bandiera mapuche utilizzata dal Consiglio di Tutte Le Terre e altre organizzazioni.

Mapuche e Benetton, una storia “disunited” ultima modifica: 2020-03-10T19:19:32+01:00 da CLAUDIO MADRICARDO

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