Manfredi più voti nelle periferie che nella ztl

Se guardiamo la geografia del voto napoletano, comparandola con quella dei candidati nelle altre metropoli, l’elemento che balza agli occhi è l’alto numero di voti raccolti nelle circoscrizioni tipiche del disagio sociale, che avevano dato severe delusioni nelle consultazioni precedenti alle liste del Pd.
MICHELE MEZZA
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Manfredi, novello Mao, ha vinto applicando la vecchia strategia per cui la campagna accerchia le città.
I risultati elettorali di Napoli ripropongono, dopo molti decenni, un centrosinistra più forte in periferia che nel centro storico, aprendo la strada a un’inedita forma centripeta del radicamento elettorale delle forze progressiste, che dalla periferia cala nel centro storico.

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Fra i diversi record nazionali collezionati dal neo sindaco, infatti c’è anche il maggior numero di consensi raccolti nei quartieri più esterni della città.

Se guardiamo la geografia del voto, comparandola con quella dei candidati nelle altre metropoli, l’elemento che balza agli occhi è proprio l’alto numero di voti raccolti nelle circoscrizioni tipiche del disagio sociale, in quella cintura  di scomposizione del ceto medio subordinato e precario che si ibrida con segmenti  più esplicitamente esclusi da ogni forma di reddito legale, che aveva dato severe delusioni nelle consultazioni precedenti alle liste del Pd. 

A differenza dei suoi colleghi, eletti al primo turno, come Sala a Milano o Lepore a Bologna, oppure ancora in ballottaggio, come Gualtieri a Roma e Lorusso a Torino, la coalizione che sosteneva Gaetano Manfredi ha  registrato le migliori performance proprio nei quartieri più esterni, come Chiaiano, con il 65,3 per cento, Scampia con il 68,4, Miano, con il 68,6, Ponticelli con il 66,2.

Mentre pur nell’uniforme affermazione nell’intero scacchiere metropolitano, le liste  per Manfredi si sono assestate su valori inferiori nell’area centrale, che negli ultimi decenni era più presidiata dal centro sinistra, quale ad esempio, Chiaia, dove il neo sindaco non supera il 52 per cento, Posillipo dove rimane al 46, San Ferdinando, con il 56 . 

Una mappa che sembrerebbe riportare il centro sinistra ai fasti di una lontana memoria degli anni Settanta, di matrice comunista, dove le periferie erano serbatoi e strumenti per accerchiare il centro della città.

Una dinamica che oggi però ci appare completamente stravolta sia  per le sue ragioni che per i protagonisti che animano questo protagonismo delle periferie. 

Gaetano Manfredi e Vincenzo De Luca

 Il dibattito , anche aspro, che subito si è aperto fra il governatore De Luca e i diversi rappresentanti, nazionali e locali, dei 5S, per accaparrarsi la titolarità della variante napoletana, indica come la sorpresa di quei voti abbiamo comunque matrici e cause identificabili.

Andando oltre la querelle sul primato nel capoluogo partenopeo che il presidente della regione finalmente può rivendicare, dopo anni e anni di assedio, per quanto riguarda una riflessione più generale sul voto napoletano, possiamo cogliere  indubitabilmente il segno di una nuova marca di intermediazione politica di domande e bisogni che non hanno avuto la necessità di rifugiarsi nell’astensionismo. Diciamo un neo doroteismo laico. Un fenomeno che rende Napoli diversa da Roma.

Nella capitale lo scenario è più rispondente alle logiche ormai del sistema occidentale.

Le borgate, le famose torri – come Tor Marancia, Torre Maura, Tor Bella Monica – aree di disagio e frustrazione, diventano palcoscenico per mettere in mostra un potere negoziale contro le istituzioni. Una pressione che si esprimeva ieri nel sostegno alla Raggi, e oggi, dopo la delusione, confluisce nel voto anti sistema a Fratelli d’Italia, combinato, per rendere più chiaro il messaggio anche alla Meloni, con un astensionismo flessibile, che reclama attenzione e assistenza diretta alle istituzioni. Un astensionismo in qualche modo preordinato, non spontaneo, che potrebbe tornare alle urne al ballottaggio, se fosse convinto da affidamenti espliciti, o motivato ma mobilitazioni per sbarrare il passo a un rovesciamento di quadro sociale e culturale, quale quello che sarebbe minacciato dalla vittoria di uno schieramento tipicamente radicato nel centro della città, quale quello che rappresenta Gualtieri.

Uno scenario da guerriglia sociale non dissimile da quanto emerso anche a Torino, Milano e Bologna, oppure a Parigi, Barcellona e Londra, dove le zone più paludosi, senza nessuna dinamica sociale, segnate anche da predominanze multietniche cercano di darsi una propria identità nella sorda avversione a ogni forma di governance condivisa.

A Napoli invece questa ansia negoziale delle aree escluse dal gioco elitario dei gruppi dirigenti delle istituzioni, ha trovato linguaggi diversi per farsi intendere.

L’affermazione di liste  di confine nell’alleanza per Manfredi, come l’insieme delle formazioni centriste allestite dal presidente De Luca, ha, da una parte, limitato il richiamo astensionista, e dall’altro, sostituendosi ai grillini, o al miraggio arancione di De Magistris nelle due legislature precedenti, ha formalizzato nuovi canali di contrattazione territoriale.

Il voto di Scampia, dove Manfredi arriva a superare il 68 per cento, ci mostra come si siano riclassificate le forme della politica e soprattutto della rappresentanza sociale in un’area emblematica della disgregazione e del disagio. Più che un partito o un candidato, il territorio cerca sindacalisti per far valere le proprie richieste. 

Lo stesso avviene a Ponticelli o a Barra e San Giovanni, dove questa attitudine negoziale dei territori recupera proprio la vecchia esperienza dell’identità di classe che si esprimeva nel voto al Pci, e che oggi invece, diventa  quello che Aldo Bonomi nel suo lucidissimo saggio Oltre le mura dell’impresa (DeriveApprodi, Milano 2021), definisce “Moltitudini in stato ansioso, per una impoverimento che prevale sulla povertà”. 

Proprio questo processo, quello del vedersi meno capaci, meno autonomi, meno attrezzati ad affrontare la competizione sociale di prima, è la vera molla che costruisce le nuove forme di relazione sul territorio. Sia nei quartieri centrali sia nelle periferie. Più che la vera povertà, a parlare, a farsi sentire è l’impoverimento relativo, che sottrae consumo o persino agio, e crea uno stato di prostrazione a cui sopperisce la domanda di negoziazione con le istituzioni.

Il governo Draghi, con la sua separazione fra decisione e rappresentanza, ha sancito, esasperando questa dinamica: se le istituzioni non promuovono partecipazione allora solo una logica conflittuale che imponga una negoziazione, può dare speranza.

Napoli è stata da questo punto di vista un esempio di maturità, anzi una vera proiezione del futuro. 

La crisi della democrazia, l’impasse dei partiti, il galleggiamento digitale in un brusio che non produce scelte, porta ad una domanda di interferenza più che di partecipazione. Quella che ancora Bonomi chiama la rivolta “dei senza libro”, nel senso di ceti e figure professionali che non hanno  cultura politica ,ne una condivisione di tradizioni e linguaggi, ma usano la propria insoddisfazione come una clava con cui contrattare soluzioni corporative.

In questo, devo constatare, che Vincenzo De Luca, propone una strategia che ha una sua reale pertinenza. Rispondere separatamente, mediante un’organizzazione tribale dell’offerta politica, alle domande delle diverse componenti territoriali. 

La carovana che è stata allestita attorno a Manfredi è stata davvero in questo una gioiosa macchina da guerra. Una macchina che per pervasività e aderenza agli anfratti sociali assomiglia molto alle reti della Dc di Gava e di Mister centomila preferenze l’on. Vito. Un sistema che raccoglie, affabula e smista i bisogni e le ambizioni individuali, trasformandole in mediazioni comunitarie. 

Altra storia sarà trasformarla in un’efficace ed adeguata comunità di governo. Soprattutto alla luce del Recovery Fund e, ancora di più di una ricollocazione sul mercato internazionale dell’insieme del mezzogiorno italiano. La pandemia ha sbucciato il frutto: liberando la polpa  da vincoli materiali che penalizzavano la realtà meridionale : la potenza narrativa, il sistema multimediale, le nuove forme di produzione di intrattenimento, cultura e turismo, il circuito della ricerca nei suoi impatti territoriali, in particolare a bagnoli, sono temi di cui nulla si è detto fino ad oggi.

Ora inizia una nuova storia in cui questo silenzio non si potrà prolungare. Ma a tavola a voler parlare saranno in molti, e non basterà un generico richiamo alle competenze e al lignaggio accademico a farsi ascoltare.

Immagine di copertina: Gaetano Manfredi in un comizio elettorale nel quartiere di Scampia

Manfredi più voti nelle periferie che nella ztl ultima modifica: 2021-10-08T17:26:27+02:00 da MICHELE MEZZA

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