Una regina senza eredi

In sedici anni, più volte Angela Merkel ha sacrificato la linea di partito a favore del mantenimento del potere. Con le sue decisioni repentine, s’è tenuta stretta il centro dell’elettorato. Ma ha anche mandato i suoi in totale confusione.
MATTEO ANGELI
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Quando Angela Merkel diventa cancelliera nel 2005, i partiti conservatori e cristiano democratici di tutta Europa stanno già vivendo una crisi nera. La guerra fredda è finita da tempo. Non basta più sventolare la minaccia rossa per prendere voti. La società cambia rapidamente. La “C” di “cristiano” nel nome di un partito serve ancora a qualcosa? Mentre gli omologhi della CDU – l’Unione cristiano democratica di Germania – cadono come castelli di carta in tutto il continente, Merkel e compagni s’interrogano su come restare in piedi. La tradizionale base conservatrice si restringe. Il partito deve diventare più aperto e liberale. Questa la decisione di allora, che pesa ancora oggi.   

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Così è la CDU a portare le donne ai vertici della politica, non la SPD. Non solo Merkel. Basti pensare alle altre cristiano democratiche che in questi sedici anni hanno occupato ministeri tradizionalmente maschili. Ursula von der Leyen e Annegret Kramp-Karrenbauer alla Difesa, Julia Klöckner all’Agricoltura.   

Con la cancelliera, il partito conservatore sterza nettamente al centro, il “Mitte”. È un processo di autoidentificazione che porta Merkel a dire:

Noi siamo il centro! Nel centro ci siamo noi, solo noi!

E al centro della società tedesca stanno anche le maggioranze elettorali. Merkel è una fuoriclasse nell’occupare questo spazio, con cambiamenti di linea repentini, dettati non dalla visione ma dall’opportunismo politico. Diventa imbattibile, qualunque alleanza stringa, qualunque capriola programmatica faccia fare al suo partito.   

Viene accusata di “socialdemocratizzare” la CDU. Di certo, spesso la sua politica desta più consensi tra gli avversari che tra i colleghi cristiano democratici. Porta avanti riforme altrui, facendole proprie. Questa è senza dubbio una delle chiavi del suo successo, che raggiunge l’apice nel 2013. Allora la CDU prende quasi la maggioranza assoluta, con il 41,5 per cento dei voti. Altro che partito votato da vecchi signori! I cristiano democratici vanno più forte che mai tra le donne, tra i giovani e anche tra le classi intellettuali. La CDU è Merkel, Merkel è la CDU. L’abilità della cancelliera di adattarsi allo spirito dei tempi è al contempo il più grande punto di forza e il principale tallone d’Achille del partito.   

Angela Merkel e Friedrich Merz, nel 2001, quando lui era capogruppo della CDU in parlamento e lei era stata appena eletta presidente della CDU

Tra i grandi zig-zag di Merkel, il primo in ordine di tempo è forse quello legato alla fine del servizio militare obbligatorio. Nella campagna elettorale del 2009, lei loda ancora questa istituzione:

Sostengo la leva obbligatoria. Si tratta di un collegamento importante tra la società e le forze armate.

Solo un anno dopo, però, lascia il suo ministro della Difesa, Karl-Theodor zu Guttenberg, mettere fine alla coscrizione. Un cambio di rotta particolarmente rapido rispetto a una posizione consolidata tra i conservatori. In quell’occasione Merkel non trova davanti a sé particolari ostacoli. Pure Horst Seehofer, l’allora presidente della CSU – i cristiano sociali di Baviera – strenuo difensore del servizio militare obbligatorio, si converte in poche settimane all’idea di un “esercito di professionisti”.    

Un’altra piroetta è quella sulla politica energetica. Nel 2009 Merkel e la CDU sono ancora ancorate al nucleare e si oppongono all’eliminazione graduale di questa fonte di energia, portata avanti da SPD e Verdi. La cancelliera s’esprime a favore del prolungamento del ciclo di vita delle centrali, che a suo avviso danno un importante contributo all’approvvigionamento energetico del paese. Poi però nel 2011 c’è il dramma giapponese di Fukushima, il più grave incidente nucleare dopo il disastro di Černobyl.

Pochi giorni dopo, Merkel fa dietrofront sull’estensione dei tempi di funzionamento delle centrali nucleari tedesche, chiudendo peraltro tutti gli impianti antecedenti al 1980. In maggio, viene fissato il 2022 come data di chiusura delle ultime centrali. Merkel spiega:

Prima di Fukushima ho accettato il rischio legato all’energia nucleare, perché convinta che esso non si sarebbe mai verificato in un paese con standard elevati in termini di sicurezza e tecnologia. Ora ciò è successo.  

Sempre in quegli anni, in cui la CDU governa insieme ai liberali della FDP, si assiste alla svolta sul salario minimo. A esso i cristiano democratici tradizionalmente si oppongono, sostenendo che causerebbe disoccupazione. Il ministro del Lavoro, però, è quella Ursula von der Leyen – merkeliana di ferro – che già nella precedente legislatura s’è guadagnata la fama di modernizzatrice, in quanto ministra della Famiglia. Dopo la crisi finanziaria, il mondo è cambiato, va introdotto un salario minimo, argomenta von der Leyen. Merkel le dà ragione e a fine 2011 il congresso della CDU vota a favore di questa misura. Bisogna tuttavia attendere il 2015, quando la CDU governa di nuovo con la SPD, per l’effettiva introduzione del salario minimo, che all’inizio sarà di 8,50 euro lordi.  

Da sinistra a destra: Annegret Kramp-Karrenbauer, Angela Merkel, Ursula von der Leyen e Julia Klöckner. In questi anni, le quattro donne della CDU hanno rivestito un ruolo chiave sulla scena tedesca ed europea.

Nel 2015, centinaia di migliaia di migranti percorrono la rotta balcanica alla ricerca della salvezza in Europa. Merkel sceglie – in maniera unilaterale, senza consultarsi con gli alleati europei – di dare uno strappo alle leggi sull’immigrazione.  “Wir schaffen das”, “possiamo farcela”, così si rivolge la cancelliera ai suoi concittadini facendo riferimento allo sforzo che seguirà nei mesi a venire. Berlino accoglie tutti coloro che provengono dalla Siria, dilaniata da una tremenda guerra civile. Si tratta di circa un milione di richiedenti asilo. In pochi mesi, la Germania diventa il quinto paese al mondo con la più alta concentrazione di rifugiati. Ciò crea forti tensioni nel paese e nel partito. Per la CDU, che su questi temi s’è sempre mossa come un elefante in un negozio di porcellane, è una vera rivoluzione. Merkel fa dell’integrazione una priorità politica, dimostrando che anche un partito conservatore può essere all’altezza su questi temi.

Nel 2017, l’ennesima mossa inaspettata di Merkel, quella che più lacera il partito. Siamo in piena campagna elettorale e il rivale socialdemocratico Martin Schulz cerca di recuperare nei sondaggi puntando sui diritti civili. Se lui sarà cancelliere, introdurrà i matrimoni tra persone dello stesso sesso. La stragrande maggioranza della società tedesca è a favore. Non la CDU, che sul tema è divisa. Nel partito c’è chi pragmaticamente invita ad andare incontro al cambiamento, prima di essere costretti a farlo. Tra essi ci sono figure come Ursula von der Leyen, Nadine Schön, Jens Spahn e Kristina Schröder.

Merkel fiuta il rischio dal punto di vista elettorale e in un incontro pubblico dice, a sorpresa, che sarebbe felice che il Bundestag si esprimesse in un futuro prossimo sul tema. Detto fatto. Viene di lì a poco organizzata una votazione. 75 deputati dell’Union – che unisce CDU e CSU – votano a favore, 225 contro. La legge per il matrimonio egualitario passa grazie ai voti degli altri partiti. In totale, sono 393 i sì e 226 i no. Tra questi anche quello di Merkel, che dirà:

Per me il matrimonio è tra uomo e donna.

Ma le va riconosciuto di aver lasciato libertà di voto ai suoi.

Non confondiamoci, però. Merkel è una cristiano democratica a tutti gli effetti. Le decisioni di rottura che ha preso non facevano parte di un disegno globale per modernizzare il paese. Sono state piuttosto funzionali a conservare il potere. Non annunciate, spesso mal spiegate, hanno permesso alla cancelliera di tenersi stretto ogni volta quel centro dell’elettorato a lei tanto caro. Ma hanno anche mandato il partito in totale confusione.

Come dice Sigmar Gabriel, ex leader della SPD:

Una volta se chiamavi un membro della CDU alle tre di notte e gli chiedevi cosa distingue i conservatori, questo ti avrebbe risposto: leva obbligatoria, sostegno al nucleare, ‘no’ ai debiti e alle alleanze con i ‘rossi’. Che risponderebbe adesso? Ora la leva non c’è più, il nucleare pure, si governa sempre con i ‘rossi’ e di debiti ne sono stati fatti.

Angela Merkel e il suo “delfino” Armin Laschet. La cancelleria ha preferito restare al di fuori della campagna elettorale, intervenendo solo nelle ultime settimane, quando la situazione per il candidato della CDU era già compromessa.

Sono lontanissimi i tempi in cui lo storico leader della CSU Franz Josef Strauß diceva:

A destra della CDU-CSU non deve esserci nessun partito che possa definirsi democratico.

Dal 2017, a destra dei cristiano democratici c’è l’AfD – l’Alternative für Deutschland. Uno dei suoi leader è quell’Alexander Gauland che per molto tempo ha militato nell’ala conservatrice della CDU e che si è sentito tradito dalla svolta centrista di Merkel.

Friedrich Merz, uno dei cristiano democratici più critici del merkelismo, rimprovera alla cancelliera di essere corresponsabile della nascita dell’AfD. Egli cerca da tempo di prendersi il partito, presentandosi come colui che potrebbe fare arretrare l’estrema destra. Con un leader diverso della CDU, l’AfD non sarebbe mai nata? È lecito dubitarne. Il populismo di destra è infatti un fenomeno su scala europea, con una sua dinamica propria. Certo, però, con un leader della CDU più a destra, l’AfD sarebbe probabilmente più debole.

La sconfitta della CDU nelle elezioni di settembre sul piano politico era quindi inevitabile e necessaria. Armin Laschet, il candidato cancelliere dei cristiano democratici, era la brutta copia di Merkel, continuatore di un corso che ha ormai esaurito il suo slancio. Per i cristiano democratici comincia una lunga traversata del deserto. Alla ricerca di quel “centro” che ora sembra un miraggio. O verso altri lidi, che permettano di arrestare la caduta libera. 40 – 30 – 20, sono nell’ordine le percentuali che hanno preso nelle ultime tre elezioni federali. Per rinascere o, semplicemente, per sopravvivere, devono spargere il sale sulle loro ferite. E creare qualcosa di nuovo. Da dove partire? Forse dalla domanda con cui Merkel doveva fare i conti già vent’anni fa: la “C” di “cristiano” nel nome di un partito serve ancora a qualcosa?

Immagine di copertina: Angela Merkel nel dicembre 2004, allora leader dell’opposizione, al congresso della CDU, a Düsseldorf.

Una regina senza eredi ultima modifica: 2021-11-19T18:30:03+01:00 da MATTEO ANGELI
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