Sostiene Rui Costa

ROBERTO BERTONI BERNARDI
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Manuel Rui Costa, che incredibilmente compie cinquant’anni, ponendoci di fronte alla mostruosità di un tempo che scorre senza che nessuno di noi lo possa afferrare, costituisce il simbolo del Portogallo. Come lui soltanto Eusebio, non certo Figo e meno che mai Cristiano Ronaldo, campioni assoluti, vincitori del Pallone d’oro, idoli delle folle ma già appartenenti a quell’idea di calcio-business in cui Rui, al contrario, non si è mai riconosciuto.

Manuel Rui Costa è, infatti, l’emblema di un gioco pulito e incontaminato, dal sapore antico, accompagnato dalle note del fado e scandito dalla bellezza della sua Lisbona, in cui oggi è dirigente del Benfica e dove, purtroppo, si è consumata la disfatta lusitana agli Europei del 2004: una beffa resa ancor più atroce dal fatto che a vincere sia stata una nazionale oggettivamente minore come la Grecia di Rehhagel. Eppure Rui non ha mai abbassato lo sguardo, lui che poteva guardare i portoghesi negli occhi e amarli uno a uno, prontamente ricambiato da una passione di cui nessun altro fenomeno della sua generazione ha goduto.

Perché il suo calcio era bellezza allo stato puro, talento non addomesticato, fantasia e irriverenza, come abbiamo avuto modo di comprendere anche in Italia nei tanti anni che ha trascorso nel nostro campionato. Prima alla Fiorentina e poi al Milan, è stato popolare senza essere populista, non alzando mai la voce, accarezzando il pallone con la sua classe infinita, lanciando gli attaccanti con passaggi millimetrici, disegnando parabole impensabili per i comuni mortali e riempiendo il nostro cuore di meraviglia. Manuel Rui Costa sembra un personaggio uscito dalla penna di Tabucchi: è una sorta di Pereira del pallone, disilluso ma indomito, stanco della vita ma desideroso di battagliare ancora una volta, afflitto dalla nostalgia ma non per questo risposto ad arrendersi, affamato di futuro benché convinto che il meglio sia ormai dietro le spalle.

Osservando Rui, sentendolo parlare e seguendone la parabola calcistica, abbiamo avuto modo di comprendere quante cose siano andate perdute negli ultimi trent’anni, di quanta dolcezza siamo stati privati e quanto ci manchi quel calcio gentile e appassionato di cui lui è stato per molto tempo uno dei massimi ispiratori. Rui è l’esempio di tutto ciò che il calcio e la vita dovrebbero essere ma, purtroppo, non sono più. Non ha smarrito, tuttavia, il sorriso di una volta e, volendo riprendere il paragone con Pereira, non ha mai rinunciato a scrivere metaforicamente l’articolo bruciante che denuncia le malefatte del regime. Insomma, non si è mai stancato di essere una voce fuori dal coro, irriverente e impossibile da contrastare, tanta è la sua autorevolezza, il che gli ha consentito anche di sfidare più volte l’ordine costituito e di non tirarsi indietro quando pure gli sarebbe convenuto farlo per mettere la carriera al riparo da possibili inconvenienti.

Compie mezzo secolo e ha ancora tanta strada da percorrere, tanti sogni da realizzare e tante sfide da affrontare a testa alta, proprio come quando effettuava il passaggio che ci lasciava a bocca aperta e ci domandavamo come potesse aver intravisto un varco là dove non avrebbe mai dovuto esserci. Rui era ed è fatto così: è un costruttore di sogni, un creatore di spazi, uno che trova sempre un nuovo sentiero per sé e per gli altri. E se intorno a lui tutto viene giù, conserverà comunque la sua serenità d’animo, trasmettendo gioia e regalando emozioni come solo i poeti sanno fare, lui che non ha mai rinunciato al romanticismo degli utopisti.

Sostiene Rui Costa ultima modifica: 2022-03-29T18:19:00+02:00 da ROBERTO BERTONI BERNARDI
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