La democrazia totalitaria di al Sisi

Urne aperte in Egitto per le presidenziali fino a mercoledì. L'uomo forte del Cairo, senza avversari, cerca il plebiscito. Definirle farsa è riduttivo, è una sottovalutazione della pericolosità per l’intero Medio Oriente di questo modello. Di cui Italia ed Europa sono complici silenziosi.
scritto da UMBERTO DE GIOVANNANGELI

È riduttivo liquidare le elezioni presidenziali in corso in Egitto con il termine “farsa”. Non perché non risponda alla realtà, ma perché “farsa” non contiene la pericolosità per l’intero Medio Oriente del “modello al-Sisi”: un populismo in salsa mediorientale. La vittoria non è in discussione, visto che l’unico “sfidante” è un signor nessuno, che non merita neanche di essere citato per nome, costretto a iscriversi l’ultimo giorno per evitare che il presidente-generale corresse da solo.

Al-Sisi sfida se stesso, con l’obiettivo di portare alle urne più del 47 per cento degli egiziani, superando così il livello di affluenza della sua prima “incoronazione” (97 per cento dei consensi). Solo il 2 aprile si avranno i risultati ufficiali e mercoledì prossimo, a chiusura della tre giorni di votazioni, si saprà quanti egiziani hanno risposto all’appello al voto che ha mobilitato l’intero apparato mediatico egiziano, radio, tv, giornali, impegnato in una celebrazione del culto del capo supremo che ha poco da invidiare alla Corea del Nord.

La vittoria di al-Sisi non è in discussione, visto che l’unico “sfidante” è un signor nessuno costretto a iscriversi l’ultimo giorno per evitare che il presidente-generale corresse da solo.

Di ciò che intende per democrazia Abdel Fattah al-Sisi sono pieni i rapporti delle più importanti organizzazioni per i diritti umani, da Human Rights Watch ad Amnesty International: arresti di massa (oltre sessantamila sono i detenuti politici in Egitto), uso sistematico della tortura, preoccupante aumento dei casi di “desaparecidos”, persone incarcerate e di cui famigliari e avvocati non hanno saputo più niente. Sarah Leah Whitson, direttrice di Human Rights Watch per il Medio Oriente, denuncia:

Utilizzare la violenza e la repressione per erodere lo stato di diritto e decimare l’opposizione politica è il traguardo principale raggiunto da al-Sisi.

Definito da Reporters sans Frontières (RSF) “una delle più grandi prigioni per i giornalisti”, l’Egitto è al 161° posto della Classifica mondiale per la libertà di stampa 2017, che misura la libertà della quale godono i giornalisti in 180 Paesi. Le proteste dei lavoratori vengono represse militarizzando le piazze, arrestando i sindacalisti indipendenti, operando licenziamenti di massa: secondo un rapporto stilato dall’organizzazione egiziana indipendente Democracy Meter, riguardante le mobilitazioni dei lavoratori nel periodo che va da maggio 2016 ad aprile 2017, sarebbero almeno 151 i lavoratori e sindacalisti arrestati negli undici mesi e almeno 2.691 quelli licenziati “per aver esercitato il loro diritto allo sciopero”.

A pesare sulla popolazione c’è anche il difficile quadro socio-economico del Paese, aggravato dalle dure e inefficaci riforme economiche che colpiscono gran parte degli egiziani, dalle fasce medio-alte a quelle più basse. Un’inflazione annua schizzata al 24,7 per cento, un tasso di povertà salito al 25 per cento, disoccupazione alle stelle soprattutto tra i più giovani, i prezzi dei principali beni, inclusi i medicinali, raddoppiati, la sterlina egiziana precipitata nei confronti del dollaro e gli stipendi rimasti invariati, aumenti tra il 30,5 e il 46,8 per cento sul costo dei carburanti.

Al-Sisi sfida se stesso, con l’obiettivo di portare alle urne più del 47 per cento degli egiziani.

Secondo i dati del ministero dell’Approvvigionamento, settanta milioni di egiziani su 92 acquistano il cibo attraverso venti milioni di tessere alimentari che danno accesso al mercato sovvenzionato. Per gli alimenti il deficit è vicino al cinquanta per cento di quanto consumato. Secondo l’ente statistico nazionale Capmas la produzione di grano è cresciuta del 5,6 per cento nell’ultimo anno, ma il livello di autosufficienza è appena al 49 per cento. Per la carne va un po’ meglio, con un tasso del 57 per cento, ma dal 2014 i consumi hanno ricominciato a salire, anche perché la popolazione aumenta del 2,1 per cento all’anno, due milioni di bocche da sfamare in più ogni dodici mesi, e raggiungerà i cento milioni attorno al 2020. E la risposta del regime a un malessere crescente è sempre la stessa: stringere la cinghia e incrementare la repressione, mascherandola dietro l’enfatizzazione di mega progetti di sviluppo, dal canale di Suez bis a una nuova, avveniristica capitale, rimasti sulla carta.

La repressione ha superato persino i livelli antecedenti la rivoluzione del 2011. La repressione si è fatta stato. Prevede fra l’altro restrizioni alle libertà personali, media sotto controllo e tribunali speciali, la “legge d’emergenza” numero 162 del 1958 riattivata dal decreto approvato dal parlamento del Cairo ad aprile 2017, dopo cinque anni quasi ininterrotti di sospensione. Il presidente della repubblica ha il potere insindacabile di imporre restrizioni alle libertà personali di raduno, movimento, residenza e circolazione in certi luoghi e momenti. La legge estende a sei mesi il periodo che deve trascorrere prima di poter far ricorso contro un arresto, si legge all’articolo 3 bis.

Ecco le parole di Joe Stork, vice direttore della divisione Medio Oriente e Nord Africa di HRW:

La comunità internazionale deve riconoscere che i diritti umani in Egitto sono peggiorati molto superando di gran lunga la repressione esistente prima della rivoluzione del 2011. È necessario da parte della comunità internazionale un impegno coordinato per aiutare a preservare ciò che resta della società civile del Paese prima che venga completamente cancellata.

Per alzare il livello di partecipazione, al-Sisi punta soprattutto sull’elettorato femminile e sulla comunità copta.

Per alzare il livello di partecipazione, al-Sisi punta soprattutto sull’elettorato femminile e sulla comunità copta (il dieci per cento della popolazione). Ha promesso sicurezza e benessere, ma il messaggio vero è: o me o il caos. Evoca la grandezza dell’Egitto, la sua civiltà superiore, vestendo i panni di un “faraonico” populista. La vergogna è che di tutto ciò l’Occidente ne è consapevole. Ne è consapevole l’Europa, lo è l’Italia che a oltre due anni dall’“omicidio di stato” di Giulio Regeni attende ancora verità e giustizia per la morte del giovane ricercatore friulano. La pretendono Paola e Claudio Regeni, i genitori di Giulio, che con orgoglio e compostezza continuano a battersi perché esecutori e mandanti di quell’efferato delitto abbiano un volto e un nome.

Ma l’Europa e l’Italia hanno abdicato ai principi ai quali continuano a fare riferimento. A parole, perché nei fatti, nel concreto agire politico, diplomatico, commerciale, militare, ciò che si continua a cercare nella sponda sud del Mediterraneo sono gendarmi delle frontiere esterne, come il turco Erdoğan, come l’egiziano al-Sisi. Sappiamo bene che in Egitto, come in Turchia, i diritti umani e civili sono sistematicamente calpestati, che la libertà di stampa marcisce, con centinaia di giornalisti nelle rispettive patrie galere, turche ed egiziane. Lo sanno bene i leader europei che di rais e dittatori senza scrupoli sono al tempo stesso succubi e complici, ricattati e fomentatori. L’importante è che non usino contro l’Europa la “bomba migranti” e che continuino a comprare – come l’Arabia Saudita – armi occidentali, anche italiane, con cui fare strage di civili, come avviene nella “dimenticata” guerra in Yemen.

A pesare sulla popolazione egiziana c’è anche il difficile quadro socio-economico del Paese.

Per tornare all’Egitto e al plebiscito annunciato, il capo dell’agenzia Onu per i diritti umani, Zeid Ra’ad al-Hussein, ha sostenuto che le elezioni si svolgono in un “diffuso clima di intimidazione”, circostanza negata, e come poteva essere altrimenti, dal governo. Del resto, negli ultimi mesi, Al-Sisi ha tolto di mezzo tutti i potenziali rivali: ai Fratelli Musulmani è stata vietata la vita politica e il loro candidato Sami Anan è stato arrestato. È in carcere anche l’avvocato Khaled Alì, fermato durante una manifestazione. Il colonnello Ahmed Kensowa è stato condannato a sei anni di carcere, mentre l’ex primo ministro Ahmed Shafik è stato costretto a ritirarsi per le minacce ricevuto. Stesso trattamento anche per Mohamed Anwar el-Sadat, il nipote dello storico presidente egiziano.

Il 2 aprile, a risultato ufficializzato (al-Sisi potrebbe battere un record mondiale: il cento per cento dei consensi espressi), c’è da scommettere che qualche voce isolata denuncerà il clima di intimidazione, sottolineerà l’assenza di credibili sfidanti, farà leva su una partecipazione che, se non taroccata, sarà ben al di sotto del cinquanta per cento. Ma le voci che contano saranno quelle dei leader mondiali che si congratuleranno con il “trionfatore”, esaltando il ruolo dell’Egitto come soggetto stabilizzatore nel Grande Medio Oriente. La vera, tragica farsa è questa.

La democrazia totalitaria di al Sisi ultima modifica: 2018-03-26T20:31:15+02:00 da UMBERTO DE GIOVANNANGELI

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