Perché Renzi conta ancora nel Pd

Davvero basta archiviare definitivamente Matteo perché il suo partito e la sinistra riprendano il volo? Il comodo alibi dell'antirenzismo
scritto da Marco Michieli

Perché Renzi conta ancora nel Pd? Parto da questa domanda per ragionare sulle riflessioni che Roberto D’Agostino ha svolto recentemente su ytali.

Visto che è da tempo e sempre più nell’occhio del ciclone, è dai suoi errori che bisogna cominciare, dagli errori che hanno condotto Matteo Renzi nella situazione in cui si trova, e con lui il Pd. Errori nell’azione di governo e nella gestione del partito.

Primo tra tutti la sottovalutazione della complessità del processo legislativo, che ha aperto, anche in contemporanea, numerosi fronti politici: dal lavoro alla scuola, dalle tasse alla pubblica amministrazione.

1 Ha perseguito nel tempo strategie politiche differenti: con posizioni più moderate alla ricerca degli elettori del centrodestra, che solo in minima parte sono arrivati, e poi con battaglie più trasversali (sui costi della politica). L’idea alla base della strategia era sbagliata? Nell’ultimo ventennio il centrosinistra ha vinto soltanto nel 1996 e perché il centrodestra si era diviso; ha perso nel 2001, nel 2008 e nel 2018; nel 2013 non ha vinto ma è arrivato primo; nel 2006 la situazione al Senato, con due senatori di differenza e l’aiuto dei senatori a vita non è l’esempio di una limpida e chiara vittoria. Fatto sta che non ha funzionato. Ha quindi adottato una strategia volta a recuperare una parte di elettorato progressista (ad esempio sul tema dei diritti civili). Senza seguito.
Ha infine impostato la campagna per il referendum costituzionale del 2016 come un referendum sulla sua persona, ed egli stesso l’ha riconosciuto.

2 La gestione del Partito democratico? Della gestione del partito a livello locale si è proprio disinteressato: il rinnovamento della classe politica nazionale, conseguenza della sua vittoria nel 2013, non ha investito i livelli territoriali del Pd. Spesso al mancato rinnovamento locale sono seguite candidature sbagliate, che sono costate il governo di regioni e di comuni. Infine ha perso, come segretario del Pd, le ultime elezioni politiche. Giustamente sottolinea D’Agostino, con una consistente emorragia di voti.

Renzi ha perso molte elezioni e, ancora più importante per chi scrive, il referendum costituzionale del 2016. Ha perso non coi numeri tuttavia descritti.
Non certamente le regioni. Nel 2010, il Pd governava in sette regioni, oggi governa in dodici (almeno per ora). Dal 2014 a oggi il Pd ha perso la Liguria e la Sicilia, tra le regioni più rilevanti. Ma nel 2014 ha ripreso Sardegna, Piemonte e Calabria, la prima persa nel 2009 e le altre due nel 2010. Nel 2015 ha poi ripreso la Campania.
Ha indubbiamente perso molti comuni e tra questi Venezia, Roma, Torino e Genova. Ma la responsabilità di Renzi nella perdita di questi comuni è proprio legata, in alcuni casi, alla mancata capacità di sostenere il rinnovamento in città affaticate dalle amministrazioni di centrosinistra uscenti (l’eccezione penso sia Torino, dove in effetti il voto anti-Renzi ha contribuito alla vittoria di Appendino).

3 Anche sui dati elettorali si mischiano le carte, mettendo insieme elezioni politiche ed europee. Consideriamo questa prospettiva combinata di elezioni politiche ed europee: il Pd di Renzi ha ottenuto il peggior risultato in termini percentuali e di milioni di voti (2018), ma anche il migliore risultato in termini percentuali, il famoso quaranta per cento (2014). Se consideriamo soltanto le elezioni politiche il Pd di Renzi ha perso rispetto al 2013 due milioni e mezzo di voti; nel 2013 il Pd ne perse tre milioni e mezzo rispetto al 2008.

Quindi si giustifica la sconfitta elettorale di Renzi paragonandola a quella di Pierluigi Bersani nel 2013? Assolutamente no. Quando perdi non ci sono giustificazioni. Però le considerazioni sui dati elettorali fatte da D’Agostino sono la spia di altro. Questo riflesso di riscrivere la storia della sinistra italiana come se essa fosse un percorso di “magnifiche sorti e progressive” improvvisamente interrotto dalla comparsa di Matteo Renzi lascia un po’ perplessi. Soprattutto perché non consente né di inquadrare la nascita politica di Renzi né di delineare percorsi futuri della sinistra.

La sinistra italiana aveva già qualche problema. Ci siamo dimenticati che cosa fosse il Pd bersaniano? Le critiche alla sua capacità di interpretare le domande provenienti dai cittadini italiani? Le difficoltà dei dirigenti a spiegare le ragioni delle scelte di policy durante gli anni del governo di Mario Monti? La sinistra è da un po’ di tempo che perde voti.

Matteo Renzi nasce politicamente a livello nazionale in quel contesto, è la conseguenza del fallimento politico della ceto dirigente della sinistra italiana.
Una classe dirigente che ha cercato di perseguire timide politiche riformiste, per terrore che i suoi stessi elettori di base mal sopportassero quelle scelte, e ha utilizzato Silvio Berlusconi, brandendolo di volta in volta come lo spauracchio.
In realtà Berlusconi era la principale ragione dello stare insieme. Per evitare di discutere delle politiche e far fare un sano bagno di realtà ai propri elettori. La demonizzazione di Berlusconi copriva in effetti il fallimento della classe dirigente.

A quel tempo Matteo Renzi aveva rappresentato per una buona parte di elettori Pd una speranza di rinnovamento e allargamento dei consensi: in sostanza rappresentava la possibilità di vittoria. Dopo il governo Monti e la non vittoria del 2013, l’allora sindaco di Firenze era una sorta di ultima chance per il Pd, nel tentativo di mantenere il consenso, realizzare le riforme dell’accordo di legislatura e resistere agli attacchi delle opposizioni (dall’esterno e dall’interno).

4 Renzi come l’origine di tutti i mali della sinistra italiana è stato l’alibi della classe dirigente che ha gestito questo paese negli ultimi vent’anni. Per questo da quando è entrato nell’agone politico nazionale è oggetto di ostilità non molto diversamente da quanto Berlusconi lo fu nel ventennio precedente.

Non è che quella classe dirigente ora non è in grado, come scrive D’Agostino, di elaborare e proporre un progetto e un programma. In realtà non ci crede nemmeno. Perché le loro prese di posizione erano del tutto opposte e strumentali a quelle di Renzi. Davvero si può pensare che il gruppo dirigente che ha approvato molta della legislazione che oggi contestano possa essere la base da cui deve ripartire la sinistra? Quel gruppo dirigente non è in grado di elaborare nulla perché è soltanto in attesa che Renzi esca di scena per rientrare nel partito, che ritengono sia stato sottratto loro.

Un grande allenatore del volley, Julio Velasco, parla di cultura dell’alibi per descrivere quella mancanza di assunzione di responsabilità che spesso si verifica nello sport o in politica o nella vita. Attribuiamo ad altri le ragioni della sconfitta. Ma il motivo per cui si perde è che non si è giocato bene.

Renzi ha perso perché non ha giocato bene. Perché ha commesso e commette moltissimi errori. Non so quali siano le sue intenzioni. Ma se continua a svolgere un ruolo centrale è perché è l’unico con la statura e la visione del leader. È il solo che cerca di negoziare da posizioni di forza e non col cappello in mano. Perché attorno a lui c’è il deserto di idee e di leadership, come ha dimostrato anche l’avventura di Liberi e Uguali.

Dimostra, infine, due caratteristiche che mancano da sempre alla sinistra italiana di questi ultimi vent’anni: il coraggio di scegliere e di mettersi in gioco.

Perché Renzi conta ancora nel Pd ultima modifica: 2018-05-03T11:13:40+00:00 da Marco Michieli

POTREBBE INTERESSARTI ANCHE:

Lascia un commento