Il mondo non aspetta l’Italia

Siria, Libia, Tunisia, Libano, Palestina: paesi o realtà geopolitiche in bilico, e su ognuno di questi versanti si cimentano alleanze variabili, un esercizio dal quale l’Italia, giallo-verde o di altre coloriture, non può chiamarsi fuori. I vuoti che lasceremo saranno, sono, riempiti da altri
scritto da UMBERTO DE GIOVANNANGELI

Difendere l’accordo con Teheran sul nucleare (e i relativi trenta miliardi di euro di affari con l’Iran). Mantenere gli impegni assunti sul fronte libico, tornato ad esplodere, con il sempre più debole governo guidato da Fayez al-Serraj (con relativa difesa delle posizioni petrolifere dell’Eni). Ecco un vademecum per il nascente governo giallo-verde in politica estera. Oltre l’Europa.

Di certo, il mondo non ci aspetta e non sintonizza le sue lancette con i tempi della politica italiana. Il meglio della politica estera dell’Italia in passato è stata la sua vocazione mediterranea. Ancora oggi il Mediterraneo è il luogo centrale della nostra azione sul quadrante internazionale, e sarà il banco di prova per il governo (Conte) Salvini&Di Maio, se alla fine prenderà vita.

Mediterraneo significa sicurezza, governo delle migrazioni, interessi energetici, gas e petrolio, partecipazione alla ricostruzione di paesi distrutti dalla guerra (in primis la Siria). Si può dare continuità alle scelte compiute dai precedenti governi o, al contrario, decidere di intraprendere una linea di netta discontinuità. L’unica cosa che non ci è permesso fare è non decidere. Perché significherebbe la totale emarginazione dell’Italia da ogni tavolo in cui si discutono i nuovi equilibri di potere regionali.

Siria, Libia, Tunisia, Libano, Palestina: paesi o realtà geopolitiche in bilico, e su ognuno di questi versanti si cimentano alleanze variabili, un esercizio dal quale l’Italia, giallo-verde o di altre coloriture, non può chiamarsi fuori. Perché i vuoti che lasceremo saranno, sono, riempiti da altri. Come i fratelli-coltelli francesi. Emblematico in tal senso è il dossier-Libia.

Tweet dal nuovo profilo di Giuseppe Conte. Tra i dubbi sul nuovo governo, il nodo della politica estera e di come verranno affrontate le questioni Mediterraneo e Iran.

Emmanuel Macron gioca d’azzardo e punta a sbancare sul dossier libico. Il presidente francese convoca una conferenza allargata per il 29 maggio a Parigi, mentre gli strateghi dell’Eliseo preparano una bozza di accordo che il capo di Stato punta a far firmare alle figure di spicco della vita politica della Libia e ai principali attori internazionali che hanno finora avuto, a vario titolo, un ruolo nel processo di normalizzazione del Paese nordafricano.

Come ha scritto Andrea Carli su Il Sole 24 ore

Con questa iniziativa unilaterale Macron ha scavalcato l’Italia, in prima linea nel processo di stabilizzazione del aese, anche in virtù della vicinanza geografica e della presenza di una sua ambasciata a Tripoli, unica tra i paesi occidentali. Dall’uscita di scena di Gheddafi la Libia è caratterizzata dalla lotta tra almeno 150 milizie che avevano combattuto il dittatore.

 

Non è la prima volta che i cugini d’Oltralpe si muovo in maniera autonoma, mettendo Roma al corrente solo a giochi fatti. Circa un anno fa, il 25 luglio, Macron aveva invitato i due libici nel castello di La Celle-Saint-Cloud, alle porte di Parigi. Anche in quell’occasione, l’iniziativa era stata unilaterale. Non solo. Per la prima volta veniva chiamato al tavolo il generale anti-islamista Haftar, a capo del sedicente Esercito nazionale libico (Lna) e il cui braccio politico è il parlamento di Tobruk.

 

Haftar è sostenuto – oltre che dalla Francia – da Egitto ed Emirati arabi uniti. Il problema è che l’interlocutore riconosciuto dalle Nazioni Unite a partire degli accordi di Skhirat del 2015, era allora (ed è tuttora, almeno formalmente) Serraj, a capo del Consiglio presidenziale. In quell’occasione, dunque, Haftar ha ricevuto una legittimazione internazionale che, prima di allora, non aveva.

Guardando alla Libia, e presentando il programma del Movimento 5 Stelle in politica estera, Luigi Di Maio, riferendosi alla Libia aveva sostenuto in un’intervista a Paolo Mastrolilli su La Stampa del 5 maggio scorso:

I Paesi occidentali che hanno interessi petroliferi nel Paese non sono credibili per mettere insieme le tribù e le varie comunità locali. Noi proponiamo una conferenza di pace che coinvolga i sindaci e le tribù, mediata da Paesi senza interessi, tipo quelli sudamericani del gruppo Alba (Alleanza bolivariana di cui fanno parte Cuba e Venezuela ndr). Poi dobbiamo smettere di affidarci a Serraj, come persona che possa risolvere la questione. Non è un capo legittimato dalle tribù o dai libici. Dobbiamo mettere intorno al tavolo chi conta, non inventarci un soggetto che purtroppo al massimo controlla un tratto di costa.

Un anno dopo, il leader pentastellato e ministro in pectore non sembra aver cambiato idea.

Dopo quanto era successo l’anno scorso al castello di La Celle-saint-Cloud, Emmanuel Macron scavalca nuovamente l’Italia programmando un nuovo incontro per il 29 maggio.

E le cose non si fanno più facili, tutt’altro, se dal fronte libico si passa a quello iraniano. La decisione di Donald Trump di disdettare unilateralmente l’accordo con Teheran sul nucleare del 2005 chiama direttamente in causa l’Europa, e in essa l’Italia, primo partner commerciale dell’Iran.

Come spiegano in un aggiornato report dell’Ispi Annalisa Perteghella (Ispi Research Fellow-Head of Iran Desk) e Tiziana Corda (Ispi Assistant Research):

Le conseguenze della decisione del presidente Usa hanno una portata globale, considerata l’extraterritorialità delle sanzioni che nei prossimi mesi verranno reintrodotte. Con l’uscita Usa dall’accordo, infatti, verranno reintrodotte tutte quelle sanzioni secondarie relative al programma nucleare iraniano che erano state sospese con l’entrata in vigore del JCPOA. Le sanzioni secondarie colpiscono tutti quei soggetti non statunitensi che intrattengono relazioni economiche e commerciali con un paese o un elenco di soggetti posto sotto sanzioni Usa.

 

In particolare, dopo il 6 agosto 2018 rientreranno in vigore le sanzioni sull’acquisto di dollari da parte del governo iraniano; sul commercio in oro o metalli preziosi; sulla vendita diretta o indiretta, la fornitura e il trasferimento verso o dall’Iran di grafite, metalli grezzi o semilavorati quali alluminio, acciaio, carbone e software per l’integrazione dei processi industriali; sulle transazioni significative riguardanti acquisto o vendita di rial iraniani, o il mantenimento di conti denominati in rial al di fuori del territorio iraniano; sull’acquisto, la sottoscrizione o la facilitazione dell’emissione di debito sovrano iraniano; sul settore dell’automotive iraniano.

 

Dopo il 4 novembre 2018 rientreranno invece in vigore le sanzioni relative a: operatori portuali iraniani, settore navale e delle costruzioni navali, comprese la Islamic Republic of Iran Shipping Lines (IRISL), la South Shipping Line Iran e loro affiliate; transazioni relative al petrolio con la National Iranian Oil Company (NIOC), la Naftiran Oil Company (NOC), la Naftiran Intertrade Company (NICO) e la National Iranian Tanker Company (NITC), incluso l’acquisto di petrolio, prodotti petroliferi e petrolchimici dall’Iran; transazioni di istituzioni finanziarie straniere con la Banca Centrale Iraniana (CBI) e con le istituzioni finanziarie iraniane designate nella sezione 1245 del National Defense Authorization Act del 2012 (NDAA); fornitura di servizi di messaggistica finanziaria alla Banca Centrale Iraniana e ad altre istituzioni finanziarie iraniane; fornitura di servizi di assicurazione; settore dell’energia.

Una manovra sanzionatoria a 360 gradi, che chiama in causa quei paesi, Italia in prima linea, che con l’Iran hanno sviluppato una florida “diplomazia degli affari”. Difendere i nostri interessi in Iran significa entrare in rotta di collisione con l’amministrazione Usa: decidere di farlo è una scelta strategica che avrebbe conseguenze non solo nelle relazioni bilaterali tra Washington e Roma ma anche nel sistema di alleanze, a partire dalla Nato, di cui Usa e Italia fanno parte.

Non farlo, significa invece rinunciare a trenta miliardi, praticamente una Finanziaria: a tanto ammonta il giro d’affari tra Italia e Iran. Nel 2017 l’Italia si è affermata come primo partner commerciale dell’Iran tra i paesi dell’Unione europea, seguita da Francia e Germania.

Continuando a citare il rapporto di Perteghella e Corda:

L’interscambio tra Italia e Iran è cresciuto del 97% rispetto al 2016 arrivando a quota 5 miliardi di euro, mentre Francia e Germania seguono rispettivamente a 3,8 e 3,3 miliardi. Nel gennaio 2016, subito dopo l’entrata in vigore del JCPOA, il presidente iraniano Rouhani aveva scelto l’Italia come primo paese UE per una visita di stato. In occasione della visita di Rouhani, Italia e Iran avevano firmato il Memorandum of Understanding (MoU) per un totale stimato di circa 20 miliardi di euro.

 

Tra i grandi gruppi coinvolti, Pessina, Saipem, Danieli, Fincantieri, Gavio Group, COET, Vitali, SEA. Enel, Belleli, Stefano Boeri architetti, Itway, Italtel, Marcegaglia, Fata Spa, IMQ, e ancora il Sistema Moda Italia. Altri MoU sono seguiti nei mesi successivi, come quello da 1,2 miliardi di euro tra Ferrovie dello stato e le ferrovie iraniane per la costruzione della linea ad alta velocità tra Qom e Arak, o quello tra Ansaldo e sussidiarie della National Iranian Oil Company per lo sviluppo del giacimento di gas naturale South Pars.

 

La decisione di Donald Trump andrà a colpire negativamente le aziende italiane che hanno contratto affari con l’Iran in un arco estremamente ampio di settori. In particolare, se si esclude il settore degli aeromobili per il quale le licenze scadono il 6 agosto, il nostro paese deve guardare con preoccupazione alla seconda scadenza, quella del 4 novembre, entro la quale rientreranno in vigore le sanzioni nei settori dell’energia, del petrolchimico, delle costruzioni navali, dell’automotive, ma soprattutto l’Iran rischia di essere completamente escluso dalle transazioni finanziarie internazionali.

Basta e avanza per cogliere appieno la posta in gioco legata a scelte che non possono essere improvvisate ma che richiedono, al contrario, una visione di medio-lungo termine e una strategia comune non solo in sede Ue ma nei rapporti bilaterali che l’Italia è chiamata a stringere con i tre paesi europei – Francia, Gran Bretagna, Germania – che quell’accordo hanno sottoscritto.

Hassan Rouhani con il Presidente Sergio Mattarella durante la visita del presidente iraniano a Roma nel 2016.

Libia, Iran, ma anche Libano. Dove saremo chiamati a decidere sul proseguo del nostro impegno nell’ambito della missione Unifil 2, della quale l’Italia ha il comando, così come sul versante siriano, per ciò che concerne la partecipazione alla ricostruzione di un paese ridotto a un cumulo di macerie; una partita plurimiliardaria che lega affari e geopolitica. E anche su questo versante, l’Italia deve decidere verso dove guardare, per tessere alleanze: e se oggi si vuole contare nella Siria post-guerra, è d’obbligo guardare verso Mosca e rafforzare i legami con “Vladimir d’Arabia”, al secolo Vladimir Putin, presidente della Federazione Russa.

Non è questione di affinità culturali o simpatie personali che i contraenti il “contratto di governo” (Salvini e Di Maio) hanno, o no, con l’inquilino della Casa Bianca o il suo omologo del Cremlino. Non è questione di “sovranismi” ai quali guardare con maggiore identificazione ma di come garantire gli interessi nazionali, oggi messi in discussione dagli appetiti francesi e dalle chiusure americane.

In politica estera, la fuga dalle proprie responsabilità non porta mai a qualcosa di buono. È una lezione della storia. Dimenticarla, evocando un catartico Anno Zero per l’Italia, sarebbe un tragico errore. Per tutti.

Il mondo non aspetta l’Italia ultima modifica: 2018-05-27T14:21:14+01:00 da UMBERTO DE GIOVANNANGELI

POTREBBE INTERESSARTI ANCHE:

Lascia un commento