Comprendere (davvero) il conflitto siriano

Il nuovo libro di Riccardo Cristiano fornisce una narrazione nuova, diversa e globale della tragedia della guerra civile siriana. Un utile stumento per non lasciarsi sedurre dalla "storia scritta dal vincitore".
scritto da Alberto Bobbio

Le ultime notizie non sono buone. Eppure la narrazione mainstream le ignora. Bisogna leggere l’Osservatore Romano per trovare il riepilogo quotidiano dell’orrore siriano. Per il resto dei media la guerra in Siria è finita ed è anche vinta, perché il terrorismo è stato battuto, i tagliagole dell’Isis sono stati sconfitti e l’esercito del terrore globale del califfato nero sbaragliato nei deserti.

Così oggi possiamo finalmente tessere le lodi della vittoria di Bashar al-Assad, paladino della guerra al terrorismo, nostro “alleato”, in realtà criminale per il quale dovrebbe essere pronta una cella all’Aja invece che i contratti favolosi della ricostruzione sui quali i burattinai internazionali della mattanza siriana sono pronti a gettarsi, Italia compresa.

Per tutti è meglio dimenticare otto anni di guerra, non fare domande sugli scomparsi, nemmeno su padre Paolo Dall’Oglio, che aveva visto arrivare la tempesta perfetta della guerra siriana e ne aveva capito prima di tutti gli altri la complessità e la tragedia futura.

Ma non tutti ci stanno a cadere nella trappola della narrazione confacente ai burattinai internazionali e ai registi occulti della parte più importante di quella che Papa Francesco definisce la terza guerra mondiale a pezzi.

Non si possono dimenticare mezzo milione di morti e dodici milioni di profughi, metà sfollati interni e dunque più volte sfollati e il resto rifugiati nei Paesi vicini. Né si può dimenticare il 54 per cento degli ospedali pubblici chiusi o parzialmente aperti, né che solo una scuola su tre è agibile alle lezioni. Ma la trappola dell’informazione sulla Siria vuole esattamente questo: dimenticare.

L’oblio è una soluzione a buon mercato.

Se invece volete capire perché la Siria resta una mosaico insanguinato dove tutto è perduto e perché la comunità internazionale è morta a Damasco come morì a Sarajevo, il libro Siria la fine dei diritti umani (Castelvecchi) di Riccardo Cristiano – ex inviato del Giornale Radio Rai in Medio Oriente e fondatore dell’Associazione giornalisti amici di padre Paolo Dall’Oglio – è davvero prezioso: proprio per non dimenticare e per provare a proporre una narrazione diversa dalla parole d’ordine mainstream.

È scritto con passione e si tiene lontano da tutte le trappole. Racconta la Siria e allarga lo sguardo sul “grande Medio Oriente”, si spinge su terre contese da decenni, anzi da secoli, che rimandano al Grande Gioco, che segnò la fine degli imperi, ma senza portare alla pace e dove molto è stato da allora solo congelato.

Il concetto di conflitto congelato assomiglia da vicino a quello di conflitto dimenticato e segna il destino delle guerre che oggi compongono la Terza guerra mondiale a pezzi. Solo appartenente sono conflitti a bassa intensità. In realtà si tratta di conflitti che si perpetuano in cui tutti, primari e comprimari, si applicano all’esercizio di schiacciare l’altro in uno scenario popolato solo da nemici e percorso da odio innegoziabile, dove ognuno riveste il ruolo di antagonista e insieme quello di alleato contradditorio nella precaria ma resistente rete degli interessi che legano tutti gli attori interni e internazionali.

Eppure di tutto ciò si capisce ben poco perché le maschere dell’informazione, tante e pronte ad ogni capriola, risultano in servizio permanente ed effettivo nella loro capacità e caparbietà a spargere menzogne tossiche, aggiungendo al classico armamentario politico e militare l’identità religiosa contrapposta, come arma formidabile e strategica di consenso interno e internazionale. È la prima è più importante maschera che Riccardo Cristiano con questo libro sbaraglia.

Poi c’è la maschera ideologica, per la quale è sempre meglio mantenere l’equilibrio attuale, lo status quo, anche se si tratta di pericolose asimmetrie antagoniste di cui si conoscono tutti gli affetti, a partire dalla soluzione che coincide con l’obiettivo: ognuno cerca volenterosamente di tagliare la testa all’altro. Così ci sono le responsabilità collettive occidentali e russe di fronte alle primavere arabe (qualcuno ricorda?), che non sono state sostenute per scelta consapevole, perché avrebbero portato a un enorme cambiamento sociale. Invece siamo tornati all’inverno del panarabismo da un lato e all’inverno, forse più pericoloso, del panislamismo.

Anche in questo caso il libro è prezioso perché smonta narrazioni, denuncia opposti estremismi, spiega perché il caos attuale conviene a molti, affibbia precise responsabilità a coloro che avrebbero potuto cambiare il senso della partita e forse della Storia ma hanno cinicamente giocato con gli antagonismi contrapposti in nome della convenienza e del denaro futuro, che in un dopoguerra precario riempie le tasche. I burattinai hanno dimostrato di essere senza scrupoli, perché solo uno senza scrupoli alimenta gli antagonismi invece di contenerli con mediazioni virtuose.

Dalle partite ambigue si può più facilmente trarre vantaggio, mentre le strade chiare, le strade aperte portano all’ignoto geopolitico, magari anche alla pace, che tuttavia è sempre troppo ingombrante da gestire. Ecco perché in Siria assistiamo alla fine dei diritti umani, ma nessuno lo dice.

Un modo ci sarebbe per uscire dalla trappola. Punta alla remissione delle maschere dell’informazione, della politica, della religione. Vorrebbe dire provare a negoziare l’odio, valore primario, bene profondo della follia della Terza guerra mondiale a pezzi, ragione di ogni equilibrio che frantuma i diritti umani. La misura dell’odio è la legge dettata dagli apparati profondi degli stati, dagli abissi del potere.

Vale dappertutto e in Medio Oriente ne abbiamo esempi straordinari: dal caso Regeni in Egitto, all’affaire Khashoggi in Arabia Saudita, agli scomparsi siriani, al bavaglio alla società e all’informazione nella Turchia del sultano Erdoğan. Padre Paolo Dall’Oglio aveva provato a negoziare l’odio, a spezzare la certezza per cui l’altro è naturalmente ostile (anzi è meglio dirlo con il latino naturaliter), ad andare oltre la logica del nemico e quella che gli amici sono solo i nemici dei miei nemici. È sparito e nessuno lo cerca. Nessuno in Italia a livello istituzionale né al governo, né in parlamento, è stato smosso dalla straordinaria e precisa inchiesta dei colleghi francesi de La Croix, frutto di dieci mesi di viaggi e di riscontri, sui misteri che avvolgono la sua scomparsa.

Nella narrazione maistream, nel tragico gioco degli specchi a cui si è ridotta l’informazione, ciò che conta è la capitolazione dell’altro: capitolazione politica, culturale, religiosa. Esattamente quella a cui questo libro si oppone. Purtroppo, è invece l’esigenza prioritaria su cui si basa ogni propaganda, anche quella che vediamo sparsa a piene mani nel cosiddetto dopoguerra siriano. Nei cosiddetti dopoguerra tutto ciò viene rafforzato e perfezionato. Dalla vicenda ex-Jugoslavia avremmo potuto trarre qualche lezione. Ma abbiamo fallito. E allora via libera alle propagande, che usano le ferite e i dolori come nuova arma letale, al posto delle bombe e dei gas, e non come opportunità di riflessione per riprendere il dialogo. La sofferenza divide e così l’equilibrio dell’odio torna mazziere su ogni tavolo.

Questo libro invece smonta, spezza e ricuce. Insomma smaschera e restituisce una narrazione diversa, finalmente, con una lettura globale, senza timore di dare il nome proprio alle eresie che le menzogne costruiscono quando si propongono come verità. Oggi nessuno può celebrare la “pax siriana”.

Comprendere (davvero) il conflitto siriano ultima modifica: 2019-01-14T12:44:20+01:00 da Alberto Bobbio

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