Virus e algoritmi al ballo dei poteri

scritto da MICHELE MEZZA
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Scriveva Hannah Arendt nella sua raccolta di saggi Verità e politica (Boringhieri, Torino 2004):

è difficile che esista una figura politica che abbia più possibilità di destare un giustificato sospetto di colui il quale per professione dice la verità, ed ha scoperto qualche felice coincidenza tra verità e interesse.

Nella pandemia, lungo questo crinale che congiunge verità e interesse si sta snodando una nuova dinamica dei poteri, che disegna forme e limiti della sovranità politica e sociale. Il potere diventa calcolo. Il numero diventa interesse.

Alessandro Vespignani

Alessandro Vespignani, uno dei più brillanti fisici che si è scoperto valente epidemiologo, ci spiega che

il comportamento dei virus informatici, dal punto di vista schematico, e gli scambi infettivi tra le reti, allora seguivano dinamiche sovrapponibili a quelle biologiche.

Il coronavirus si muove in sostanza come uno dei più temuti, ma largamente noto ormai, malware che infesta i sistemi digitali più sofisticati.

L’informatica, e più specificatamente proprio le forme di intelligenza artificiale, stanno supportando, affiancando, e in larga parte persino sostituendo le procedure diagnostiche ed epidemiologiche mediche. 

Ma la potenza di calcolo, con la capacità di elaborare formule che colgono nella fase nascente, a volte addirittura negli stadi evolutivi primordiali, fenomeni quali la stessa epidemia, è ormai un inseparabile linguaggio e bussola per ogni decisione istituzionale.

Proprio il Veneto, la regione che indubbiamente ha accumulato l’esperienza più positiva e riconosciuta nei tragici giorni di marzo pur essendo stata investita massicciamente dal contagio, ha deciso di costituire un proprio centro di calcolo epidemiologico che possa monitorare le fasi prodromiche di una possibile recrudescenza del virus, in conseguenza di una ripresa della mobilità sociale. 

In questo solco, che potremmo definire di un federalismo del big data, si inseriscono anche altre realtà come la Lombardia, che ha elaborato propri indici e modalità di calcolo dei processi epidemici, o la Toscana, dove persino singoli comuni sponsorizzano modelli matematici e piattaforme di elaborazione dati.

Il ministero della Sanità, che dovrebbe in questo contesto essere il vero system integrator di queste risorse, determinando modelli e procedure standardizzate per dare univocamente forza e credibilità a indicatori validi e riconoscibili nazionalmente, si trova a inseguire questa corsa al numero. Nei giorni scorsi con un decreto il ministro Speranza ha indicato i criteri per uniformare le procedure di calcolo. Ma l’elencazione delle modalità e delle componenti per configurare un sistema, in realtà un algoritmo, che possa pesare e misurare una dinamica patologica, tanto più nelle fasi iniziali, dove le sintomatologie si confondono con gli stati d’animo, aiutano poco. L’efficacia di un modello matematico che mira a cogliere proprio il punto di innesto di una trasmissione virale del contagio, proprio per la complessità e specificità territoriale e culturale perfino del fenomeno patologico, che viene filtrato e modulato attraverso codici linguistici prima che numerici, è sempre l’effetto di una combinazione dei fattori indicati nel decreto ministeriale, con graduazioni e intensità di ogni fattore indotta dal momento, la storia del fenomeno, e le variabili terapeutiche del territorio.

Un esempio esauriente di come un sistema di calcolo predittivo debba fare i conti con la specificità linguistica del territorio ce lo propone l’autorevole Imperial College di Londra, che già dal gennaio scorso aveva inquadrato nelle sue griglie analitiche l’approssimarsi della pandemia in Europa, che in uno studio riferito al rischio di recidiva nella fase 2 in Italia analizza dettagliatamente le caratteristiche tipiche nelle varie regioni delle forme di mobilità, integrando con le informazioni di profilazione, fin troppo dettagliate rilasciate occasionalmente da Google, per ricavare, regione per regione, indici previsionali degli effetti di una nuova devastante fase di esplosione della malattia.

La mobilità è di per sé un linguaggio, un sistema semantico, che riflette le articolazioni, le tradizioni, e le categorie sociali di un territorio. E la mobilità in quanto vocabolario, non può essere interrogata solo in virtù di un determinismo matematico che elabora dati alfanumerici senza integrarli e ponderarli con una semantica valoriale, che possa intercettare proprio quel confine fra stato d’animo e innesto di un sintomo che si annuncia l’incubazione del virus, segnalandoci persino la dimensione dei portatori asintomatici.

Come spiegano i collaboratori del professor Andrea Crisanti, il virologo che fulmineamente nella fatidica notte del 23 febbraio comprese la natura della minaccia di contagio che si stava manifestando a Vo’, riuscendo a isolare tempestivamente la comunità, la carta vincente che permise di realizzare e prolungare quell’intuizione fu la scelta, già nel gennaio precedente, quando ancora nessuno aveva subdorato il rischio imminente, di acquistare reagenti per poi poter fare in gran quantità i tamponi per accertare la diffusione del contagio. Una scelta conseguente all’analisi di un mix vario e complesso di dati che insieme ai numeri che venivano dalla Cina combinavano anche comportamenti e segnalazioni sintomatologiche rilevabili sul territorio e sui social.

Per cui se è vero, come spiega Paolo Zellini nel suo saggio La dittatura del calcolo (Adelphi, Milano 2018), che la spinta ad appoggiarsi a sistemi matematici per decidere proviene

non soltanto per la legittima ricerca di un surrogato artificiale che ponga rimedio ai limiti della nostra intelligenza, ma anche per una ragione più intrinseca, dovuta al fatto che persino i più trascurabili atti della nostra vita quotidiana contengono operazioni di pura razionalità, che agiscono segretamente anche nelle più avanzate teorie e scoperte scientifiche… Il Computer sembra saperlo e ci ha già dimostrato da un pezzo che quando i nostri atti crescono di numero e diventano milioni o miliardi siamo costretti a demandargli ogni calcolo e ogni capacità di previsione.

In questo automatismo che ci appare diffuso al vertice di ogni istituzione, nazionale o locale, si manifesta però anche quella che ancora Zellini definisce “il carattere virtualmente dispotico degli algoritmi”.

Hannah Arendt

Il dispotismo dei processi matematici sembra oggi agevolare l’azione di governo, semplificando procedure, relazioni, dialettiche, appiattendo confronti e dibattiti, annullando opposizioni e attriti. Ogni decisione diventa implacabile, inevitabile, necessaria. È questa semplificazione che dà ragione ad Hannah Arendt quando parla di della coincidenza nell’azione politica fra verità e interesse. I due elementi si intrecciano ambiguamente, rendendo paradossalmente meno convincente, meno credibile, meno forte una conclusione inevitabile, quando essere sembra aderire perfettamente all’interesse di parte.

In questo dualismo, fra la necessità di affermare una scelta indispensabile, urgente e vitale e la circostanza di forzare un equilibrio politico e istituzionale, si perde di vista la specificità di una scelta terapeutica, finalizzata alla sicurezza personale dei cittadini.

Imperial Royal College

Lo scontro che abbiamo visto andare in scena fra governo e alcune regioni, a volte persino al di là degli stessi schieramenti ideologici o politici, ci dice che ormai le singole strategie sono strettamente connesse alle figure che le propongono. Il premier, il governatore, un assessore, tende a identificarsi con una scelta sanitaria, facendo coincidere l’intera azione politica con le dinamiche di quella soluzione, che privilegia a volte la funzionalità degli ospedali, a volte l’assistenza territoriale.

In questo contesto allora il dato, l’indicatore numerico, diventa insufficiente a cogliere proprio la ricchezza e complessità del fenomeno che deve sintetizzare. Ci vuole qualcosa di più, un’analisi dialogica, semantica, che colga le ragioni di un comportamento più che tracciare semplicemente quel movimento sociale per cui una persona si sposta nello spazio e incontra altre persone. I dati diventano così parole, quesiti, ragionamenti, casi, storie, che raccolgono quella natura parallela che ormai costruiamo quotidianamente sulla rete, e nei social. 

L’Imperial College di Londra cerca infatti su Google non gli analytics della mobilità regionale, ma i lemmi, i termini che vengono usati per indagare e cercare le risposte alle domande quotidiane che la nostra vita ci pone, per ricavare le relazioni e le dinamiche sul territorio. Lungo questa ricerca diventa così meno oppositivo il numero, meno contraddittorio un sistema di calcolo rispetto all’altro. In Veneto o in Campania o a Roma le informazioni potrebbero così diventare non lanciafiamme per incenerire l’avversario e affermare il proprio primato, ma vocabolario per valorizzare la propria identità e natura in una lingua comune.

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Virus e algoritmi al ballo dei poteri ultima modifica: 2020-05-06T20:44:42+02:00 da MICHELE MEZZA

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